Concetta Lanciaux

Vicepresidente Gruppo LVHM fino al 2007


Dottoressa Lanciaux, per studiare in Cattolica ha dovuto lasciare la sua famiglia in Puglia e trasferirsi a Milano. Perché questa scelta?

E’ stata una decisione molto difficile. Ma avevo un forte desiderio di evadere, di vedere altri paesi, altra gente. Sono stata fortunata. Il parroco del mio paese mi informò di un concorso per una borsa di studio al Marianum. Mio padre mi accompagnò a Milano. Vinsi questo concorso con delle mie amiche carissime come Luisa Muraro e Rosetta Infelise.

In quali anni ha frequentato la Cattolica  e cosa ricorda di quel periodo?

Tra il ’60 e il ’64. Al Marianum c’era anche un’altra amica, Mea Tabanelli. Il nostro punto di incontro con gli studenti dell’Augustinianum era il bar Magenta. Era un periodo di apertura e di preparazione ai cambiamenti che avrebbero investito l’Europa negli anni successivi. Frequentavamo le conferenze di Umberto Eco e tutto quello che c’era di moderno e rivoluzionario. E andavamo in treno a Londra a imparare l’inglese e comperare i pullover di cachemire di Pringle.

Rispetto a quando lei era studentessa, cosa manca oggi all’Università o in cosa è migliorata?

Penso che la Cattolica abbia conservato la capacità di dare ai suoi studenti una formazione di base strutturante, come pochi altri atenei sanno fare. Meriterebbe di essere più conosciuta a livello internazionale e di essere maggiormente valorizzata. Soprattutto se confrontata con la maggior parte delle business school europee. Per quanto utili, questo tipo di formazione produce manager con dei limiti. Invece un mix di cultura umanistica e di formazione manageriale, nello stile della Cattolica o dell’École Normal francese, produce manager migliori, che alla capacità imprenditoriale uniscono visione strategica e culturale umanistica. Una formula indispensabile se si vuol tener conto di problemi legati all’ambiente, alla globalizzazione o agli aspetti multiculturali.

C’è una lezione di vita che ha imparato in Cattolica e che l’ha poi accompagnata negli anni successivi?

Che non si ha mai niente per niente. Alla Cattolica eravamo completamente immersi nello studio ed eravamo trattati come adulti che si preparavano al grande salto nella vita. Però prima si doveva acquisire la capacità di analizzare e di strutturare quello che si pensava e si diceva. Era il modo migliore per formare personalità mature, in grado di affrontare con successo qualunque problema. Purtroppo ho l’impressione che questo stile di educazione si sia perso. Un motivo in più per essere fiera di aver studiato alla Cattolica.

Ci sono stati dei professori che più di altri hanno contribuito alla sua crescita umana e culturale?

Devo molto alla mia professoressa di estetica Elisa Oberti. Si interessò personalmente a me e mi fece scoprire questo campo della filosofia che poi ha avuto un impatto importante nella mia vita. Fu anche testimone al mio matrimonio. Peccato che ne abbia perso le tracce.

Ha mantenuto dei legami con le persone che hanno vissuto quegli anni insieme a lei? Chi sono stati i compagni che hanno fatto strada?

Luisa Muraro ha continuato a sviluppare idee di cui parlavamo in quegli anni pubblicando libri e insegnando. In quel periodo, all’Augstinianum c’era anche Romano Prodi. Recentemente ho ripreso contatto con Marilu Floridia, che ha continuato la sua carriera di insegnante a Milano, e con altri compagni. Apprezzo molto questi ritrovamenti.

Di tutto quello che le ha trasmesso la Cattolica, quanto le è poi servito per le sue attività successive?

Ho sempre pensato di aver ricevuto una formazione di ferro, che mi ha permesso di emergere quando sono andata a continuare i miei studi superiori negli Stati Uniti. La filosofia, la filologia, il latino e il greco sono state le basi di tutto il mio lavoro. Inoltre, è stato alla Cattolica che, studiando estetica, ho cominciato a interessarmi al problema della creatività. E questo grazie alla cattedra di Estetica della professoressa Oberti. Ha influito molto anche l’interesse per Umberto Eco e la cultura cinematografica dell’epoca: mi sono appassionata al cinema e ho  studiato tecniche di montaggio di Ejzenstejn, celebre registra russo. Questo background mi consente di svolgere il ruolo che occupo oggi, che richiede capacità di analisi e comprensione della creatività. Due aspetti molto importanti per la LVMH.

Quanto la sua formazione ha contribuito al successo manageriale?

Enormemente. Anzitutto ha sviluppato la mia intelligenza visiva, fondamentale per lavorare nel settore dei prodotti di lusso. La cultura umanistica è indispensabile per agire sempre in maniera produttiva senza trascurare i principi che stanno alla base dell’estetica. La differenza tra i prodotti di lusso e quelli di massa, infatti, sono l’edonismo e la soddisfazione culturale.

Della cultura umanistica, che cosa ha portato in particolare nella sua attività manageriale?

Ho scritto un libro sulla teoria della creazione nel Rinascimento secondo gli umanisti. Era la mia tesi di dottorato, con cui ho approfondito gli studi affrontati in Cattolica. E ho legato gli studi classici alla teoria della creatività, alla pittura e al cinema. Dal Rinascimento ho dedotto un profondo interesse per l’uomo. Le persone mi hanno sempre interessato più delle cose. Per questo ho scelto una carriera nel campo delle risorse umane e dell’organizzazione d’azienda, che concerne soprattutto le relazioni tra individui. Il successo di una azienda si gioca intorno alle competenze e alle affinità umane.

E’ per occuparsi delle persone che, dopo l’insegnamento, ha iniziato a fare il manager?

Alla Carnegie Mellon University, dove ho insegnato per otto anni, si rivolgevano a me ogni volta che c’era da montare nuovi programmi che implicavano una definizione degli obiettivi e delle risorse, l’organizzazione del team e la realizzazione di un progetto. C’era in me un lato che volevo realizzare. Decisi così di seguire un master in Business administration per senior executive, i capi d’aziende che decidono di rinnovare la loro educazione. Fui la prima donna a essere ammessa, e alla fine degli studi venni premiata come Pioneer woman: il contatto che con quei manager di grandi aziende che mi fece lasciare l’università per l’industria privata.

Al vertice di LVHM lei non è la sola italiana. Ci sono anche Toni Belloni, Marcello Bottoli, Pino Brusone e Gian Carlo di Risio. E’ causale, oppure i manager italiani hanno maggiori qualità?

Hanno qualità interessanti perché vengono da una cultura in cui il lusso, la creatività, la moda sono valori storici. Dal Rinascimento in poi gli italiani hanno eccelso per le loro capacità creative. Era normale che facessimo ricorso a manager italiani nel momento in cui abbiamo disegnato i vertici del gruppo.

LVHM è il massimo gruppo mondiale di prodotti di lusso. Non ha mai l’impressione di occuparsi di questioni effimere?

Dipende dalla concezione che uno si fa dei nostri prodotti. Il lusso esprime l’aspirazione più profonda e autentica al sogno, al bello, al nobile e all’estetica. E’ una costante di tutti i tempi. Recentemente sono stata in Cina, dove mi sono resa conto di come alcuni nostri prodotti, Come Vuitton e Dior o lo champagne Dom Perignon, siano considerati come gli ultimi resti di una cultura ormai scomparsa.

A che punto è il progetto di creare un’università del lusso per formare i top manager del gruppo?

Sono già stati avviati i primi corsi, a Londra. E hanno ricevuto un premio particolare dal Financial Times per il metodo pedagogico non tradizionale che viene adottato: “knowledge sharing”, piuttosto che insegnamento tradizionale.

Quali consigli darebbe a uno studente universitario per avere una brillante carriera professionale?

Avere grandi ambizioni, applicarsi e seguire il proprio intuito senza fermarsi. La tenacia è madre del successo.

Quel è la sua giornata tipo?

Trascorre tra attività più semplici come rispondere alle e-mail oppure organizzare una riunione per rivedere i testi del nuovo sito internet, a cose più complesse come intervistare dirigenti o designer per il nostro gruppo o condurre delle analisi di organizzazione nelle nostre filiali internazionali. Mi resto poco tempo per le attività pubbliche e professionali che in ogni caso svolgo.

Il suo lavoro la obbliga a viaggiare spesso?

Il fatturato di LVHM si fa per l’80% all’estero, quindi è importante restare in contatto con le filiali. Viaggiare è parte integrante del lavoro.

Quale tempo trascorre Italia?

Non abbastanza per i miei gusti.

Ha rinunciato a qualcosa per diventare una delle trenta donne più influenti d’ Europa?

No. Piuttosto ho l’impressione di avere approfittato della vita. Lavorare molto e con successo è una grande soddisfazione. E in più nella mia attività sono portata a interessarmi agli altri, a scoprire talenti, a trovare soluzioni. Non c’è niente di più interessante.

Come riesce a conciliare gli impegni di lavoro con gli affetti familiari?

Con tenacia e volontà. Sono molto legata alla mia famiglia di origine e a quella che ho creato con mio marito. Loro sanno bene di essere il mio punto di riferimento, un punto senza il quale mi sento insicura. Sono radici che danno solidità, su cui bisogna costruire senza però lasciarsi bloccare. Ho sempre curato e valorizzato la famiglia, ma non ho mai permesso che mi fermasse. E ho cercato di insegnare la stessa cosa a mio figlio. Svolge anche lui la mia professione e ha una formazione intellettuale simile alla mia, anche se è nato negli Stati Uniti ed è americano.

Come occupa il tempo libero a sua disposizione? Quali sono i suoi hobby preferiti?

I miei hobby sono le letture e le passeggiate lungomare. Ma conservo ancora una grande passione per il cinema. Vedo spesso i vecchi film, perché sono lo specchio dei pensieri della loro epoca. In questo periodo, per esempio, sto riguardando tutto il ciclo di John Ford. Ma mi piacciono anche alcune pellicole più leggere di Hollywood, come Pretty woman. Certo non sono dei capolavori dell’arte cinematografica, ma dicono molto sulla società.

Presenza, 2002 - Ne ha fatta di strada di Alessandro Galavotti