Emilio Carelli

Giornalista


Gli anni vissuti nell’Ateneo di largo Gemelli sono stati decisivi per la mia formazione, sia da un punto di vista umano che professionale. Mi sono laureato in Lettere moderne con specializzazione in comunicazioni di massa tra il ’71 e il ’75. C’era appena stato il ’68, e il fermento di tutto il mondo giovanile era alle stelle.

Quali sono state le figure della Cattolica che hanno colpito in modo particolare la sua attenzione?

Se parliamo di studenti, il ricordo più nitido è quello di Mario Capanna. Il leader della protesta studentesca era stato da poco allontanato da Largo Gemelli.

Tra i professori, invece chi l’ha influenzata di più?

Di sicuro la professoressa Marta Sordi, docente di Storia romana, che mi ha insegnato il rigore nel trattare le fonti. Poi Claudio Scarpati, che oggi è professore ordinario, ma ai miei tempi era un brillante assistente di Letteratura italiana che applicava elementi innovativi di ricerca. Senza dimenticare Sofia Vanni Rovighi e Gustavo Bontadini, due vere e proprie istituzioni della Cattolica, due maestri insigni della scuola filosofica della Cattolica.

In quali insegnamenti ha sentito più forte l’influenza del clima di tensione che si respirava in quegli anni?

Ricordo in particolare che le lezioni di Teologia erano diventate un momento di forte riflessione e di difesa dei valori cattolica. A questo proposito voglio però precisare che tra il ’68 e il ’71 la Cattolica è stata un vero e proprio laboratorio di idee con una grande capacità di apertura verso l’esterno.

Come è avvenuto il suo approdo a Mediaset, che a quei tempi si chiamava ancora Fininvest?

E’ una storia curiosa e allo stesso tempo casuale, in cui però ancora una volta è stato determinante il ruolo della Cattolica. Una volta laureato ho iniziato a lavorare per una società di produzioni audiovisive specializzata nella realizzazione di pubblicità e documentari. Contemporaneamente ero libero assistente del professor Gianfranco Bettetini, con il quale avevo realizzato la mia tesi dedicata alla nozione di sceneggiatura nel cinema italiano neorealista. Questa doppia esperienza, pratica e teorica allo stesso tempo, ha spinto il professor Bettetini a propormi di tenere alcune lezioni di regia televisiva a giovani professionisti del settore.

Di che cosa si trattava precisamente?

Era stato istituito un corso per operatori culturali di televisioni private. Sì, si chiamava proprio così, e la cosa non deve sorprendere visto che eravamo nel 1979, cioè nel periodo di massimo boom delle tv private locali. La fortuna volle che tra i partecipanti al corso ci fosse una certa Dede Cavalleri, che allora lavorava per Telelomellina ma che poco tempo dopo sarebbe entrata a far parte della squadra Fininvest. Ebbene, dopo qualche mese ricevetti una telefonata proprio dalla Cavalleri che mi annunciava che erano alla ricerca di giovani giornalisti con buone conoscenze dello strumento televisivo e della lingua inglese. La competenza in tv l’avevo maturata nei miei tre anni di lavoro, l’inglese lo padroneggiavo per una precedente esperienza a Berkeley, così mi presentai e fui assunto. Era il 1980.

Come furono i suoi primi anni in azienda?

Erano tempi in cui le televisioni private avevano la diretta, e quindi si trattava di realizzare notiziari che poi venivano trasmessi in differita. Cominciai come redattore di Notiziesera e Notizienotte su Canale 5 al fianco di Vittorio Buttafava, un grande professionista che ricordo con grande piacere. Dall’86 al ’92 fui curatore della rubrica settimanale Parlamento in, che tra l’altro avevo ideato. Nel frattempo però c’era stata una svolta decisiva per la mia carriera: dall’86, infatti, mi ero trasferito a Roma per guidare la redazione romana delle news di Fininvest. Una posizione che risultò decisiva quando si trattò di organizzare il lavoro del nascente Tg5.

Come è nata l’idea di fondare un nuovo telegiornale?

Diciamo subito che più che una scelta fu un obbligo legislativo. Nel ’90 infatti la legge Mammì, che regolamentava il settore televisivo, concesse la diretta alle tv private con l’obbligo però di trasmettere notiziari quotidiani. Qualcuno pensava che in questo modo si sarebbero in particolare creati problemi alle aziende di Silvio Berlusconi. Invece la reazione fu di primissimo livello: fu chiamato Enrico Mentana, con un duro lavoro di preparazione durato circa un anno, nel gennaio del ’92 eravamo pronti ad andare in onda. Io assunsi la carica di vicedirettore. Per anni ho condotto l’edizione delle tredici.

Come valuta l’esperienza al Tg5 e quali influssi pensa abbia avuto questo giornale sul modello di informazione televisiva italiano?

Innanzitutto voglio esprimere tutto il mio attaccamento a una creatura giornalistica che sento di aver contribuito in modo determinante a far nascere e sviluppare. Non è stata una sfida facile da raccogliere: davanti avevamo una vera istituzione come il Tg1, che da decenni era il canale privilegiato per ricevere informazione televisiva. In generale penso che il Tg5 sia stata una testata molto innovativa: abbiamo snellito le notizie, abbiamo concesso più spazio alla cronaca, siamo stati in prima fila nel difendere i diritti dei consumatori. Il successo che alla fine abbiamo raccolto è la dimostrazione che il tentativo di svecchiare il linguaggio giornalistico televisivo è perfettamente riuscito.

Lei però, all’apice del successo, ha deciso di lasciare il Tg5 per lanciarsi nell’avventura di Tgcom. Perché?

In Mediaset era nata l’esigenza di avviare il giornalismo online, così mi è stato proposto di coordinare questo lavoro. L’ho sentita come un’esperienza stimolante, un rimettersi in gioco alla scoperta di un mondo a me quasi sconosciuto. E’ stato come tornare sui banchi di scuola. Sono rientrato a Milano e mi sono messo al lavoro con una nuova redazione. L’8 marzo 2001 siamo partiti con un prodotto che è un vero e proprio giornale via Internet, con aggiornamenti costanti e un rapporto molto diretto con i cittadini, tramite chat e forum.

Eppure l’economia della Rete vive un periodo di crisi. Quali sono le caratteristiche che hanno permesso a Tgcom.it di sopravvivere?

Mediaset è arrivata tardi online, e ha quindi potuto far tesoro degli errori degli altri. Una prima scelta fondamentale è stata quella di partire con una redazione snella, che attualmente comprende solo quindici redattori. L’altro cardine della nostra attività è la capacità di servire più mezzi contemporaneamente: i nostri notiziari, infatti, vengono trasmessi in rete, appaiono su Mediavideo, il servizio teletext delle tre reti Mediaset, e sono sfruttati anche dagli utenti di telefonia mobile abbonati a Blu, che ricevono news sul display del proprio cellulare. Questo è il modo migliore per abbattere i costi, razionalizzare le risorse e tenere in vita un settore che con il tempo non potrà che avere successo.

Ha nuovi progetti per il futuro?

Continua il nostro impegno nella new economy, e in tal senso è in dirittura d’arrivo un contratto per la fornitura di contenuti a una delle aziende che si sono assicurate il servizio cellulare Umts. Sui display degli abbonati di questo operatore, se il progetto dovesse andare in porto, compariranno i nostri notiziari.

 Presenza, 2002 - Ne ha fatta di strada di Giuseppe Cordasco