Enrico Noseda

Partner GrowITup - Founder DigitalZero (2016)


Lasciare la via facile, e tentare. Un percorso a strappi ragionati nella vita di Enrico Noseda, anche adesso che grazie al suo lavoro, le famiglie distanti nel mondo possono guardarsi in volto. «Durante l’università andai anche in un’azienda di meccanica. Un lungo stage trovato da me. In mezzo all’università anche 15 mesi di militare, la scuola militare di Aosta. Quando finii, era forse il momento peggiore». Riavvolgiamo il nastro della storia: biennio 92-93, Italia sull’orlo della bancarotta, crisi con la C maiuscola, rischio per la lira di diventare carta straccia. Ma anche il momento migliore per lanciarsi nel mondo economico. «Ricordo una serie piuttosto lunga di colloqui dagli esiti incerti. Nel frattempo avevo anche passato un periodo in Francia per imparare la lingua (con l’inglese ero già a posto). Poi di colpo, devo dire relativamente in fretta, entro in una realtà interessante: la Chicco, proprio l’azienda di prodotti per bambini. Una multinazionale ma a gestione familiare. Sono rimasto là un paio d’anni, junior product manager nella produzione internazionale: sviluppo e lancio di prodotti nella divisione internazionale, in particolare linea di passeggini».

La carriera gira, ma Noseda non si ferma: «Ero da tre anni alla Chicco – ricorda-. Ricevo una chiamata dalla Henkel, la famosa multinazionale di detersivi, un ambito completamente diverso. Avevo avuto un colloquio con loro all’inizio, ma poi non ne era mai seguito niente. A distanza di anni, probabilmente loro seguivano il mio percorso, e hanno alzato il telefono». A questo punto la domanda è ovvia: migliaia di persone fanno di tutto per trovare un lavoro, e invece succede di essere chiamati senza nemmeno chiederlo. Come è possibile? «Evidentemente si ricordavano alcune caratteristiche personali che li avevano colpiti. La mia esperienza era a metà tra l’imprenditoriale e l’approccio marketing: l’Henkel è una scuola di marketing fondamentale in Italia come Procter e Gamble, e Unilabel. Chicco era diversa: meno approfondita sulla promozione e comunicazione, e più di alto raggio su aspetti dal designing al packaging. Detto in soldoni: io ero utile sul marketing e sulle teorie ma sapevo anche come girava materialmente un’azienda, e questo non è comune».

Ci vuole dunque un po’ di sana incoscienza. «Avevo voglia di crescere e misurarmi con sfide diverse: volevo approfondire e farmi spazio nell’ambito italiano. Alla Henkel sono entrato come product manager per la linea consumer dei post-it. Mi trovavo benissimo. Per un motivo soprattutto: avevano appena acquisito il marchio Bostik, dunque c’era una nuova sfida di rilanciare. Tutto bene per un paio d’anni, quindi vengo chiamato nella divisione principale, quella dei detersivi. Il brand più conosciuto. Dixan: molto marketing, tutta l’importanza del marchio. Cinque anni in totale».

E poi succede qualcosa. Una molla già scattata nell’esperienza precedente. Una scintilla che o ce l’hai o no. «Quando hai la percezione che la curva di apprendimento si va appiattendo capisci che è il momento di cambiare. A quel punto ho deciso che dovevo rivolgermi al mercato di internet. È il 2000, internet nuovo canale di qualunque cosa. Mi sono guardato intorno per alcuni mesi perché era il momento in cui le società nascevano e morivano, e ancora non c’erano -  e non ci sono – modelli di business vincenti. Mancavano totalmente le professionalità di ogni tipo, e lì ho deciso che la mia esperienza era fondamentale. Vado in Freedomland: l’idea di business era colmare il digital gap portando internet sulla televisione degli italiani. Ero direttore dell’area di business, con il compito di creare valore attraverso l’e-commerce».

Quindi, ricapitolando: passeggini, adesivi, detersivi, internet sulla televisione. Apparentemente non c’è un denominatore comune. I soldi? «I motivi che mi hanno portato ai vari cambiamenti non sono mai stati di natura economica. Tutto si basa sul divertimento, sul piacere, su quanto tu puoi crescere e quanto puoi fare crescere la realtà che dirigerai. Con internet, nel 2000, la sfida era massima, perfetta. Guardando il mio percorso, la propensione al rischio è piuttosto alta. In quel momento io valutavo le nuove risorse. Entrai in Freedomland come direttore nell’area business, a capo di un team di 15 persone. Nel maggio 2000 la società venne quotata, poi la società ebbe disavventure giudiziarie e diversi avvicendamenti nel consiglio d’amministrazione. Nel giro di quattro anni la società che si chiamava Nis si era fusa con Eutelia, dunque un gruppo economico ultrasolido. Noi invece andammo avanti. L’esperienza nel business fu fallimentare, ma in generale comunque positiva personalmente costruttiva. All’inizio del 2004 avevamo fatto questa fusione, gestivo una divisione media e tv interattiva. Ma la vedevo comunque una rivoluzione di portata minore, perché non credevo che si potesse divergere troppo dai contenuti che le tv tradizionali o satellitare già veicolavano».

Scatta nuovamente la scintilla. Chi lascerebbe – ancora una volta – stipendio e carriera sicuri? «Sono stato contattato da una società di cacciatori di teste che mi ha parlato di questa iniziativa. Il Voip, la tecnologia che aveva cambiato il mondo di comunicare grazie a Skype. In quel momento una delle cose più interessanti. Sono entrato in una start-up della France Telecom. Volevano lanciare anche il loro prodotto concorrente. Mi interessava muovermi verso un mercato nuovo. Mi affidarono la direzione commerciale di una cosa che all’inizio contava 3 dipendenti. Poteva sembrare una start-up di 4 sprovveduti. Ma alle spalle avevamo una delle principali società di telecomunicazioni nel mondo. In 6 mesi lanciammo un’offerta commerciale, si chiamava Parla.it mettendo assieme il team e sviluppando i mercati, raggiungendo un livello di brand-awareness. Poi France Telecom decise di non puntare più sulla cosa, la società fu venduta nella prima metà del 2006. Ma io ancora non lo sapevo. Ero già andato via. Avevo ricevuto una telefonata che in 10 giorni mi cambiò la vita».

Fine dicembre 2005. L’appuntamento con il destino per Enrico Noseda si chiama proprio Skype. Di quelli che ti dicono: o vieni da noi adesso, e cambi pure nazione dove vivere, oppure ne cerchiamo un altro. «Stavano cercando un direttore generale per l’Italia, e io ero una delle poche persone che da noi avesse avuto a che fare con il Voip. Da quando  mi hanno contattato alla firma non sono passati più di dieci giorni. Si trattava anche di spostarsi a Londra. Ma la sfida mi attirava troppo, ed era profondamente diverso dalla maniera in cui trattavo la cosa in France Telecom. Skype stava veramente rivoluzionando il mercato, non aveva niente da proteggere. Molti pensavano che Skype, come tante esperienze precedenti in internet, sarebbe sparita velocemente. Ma era chiaro che Skype non sarebbe stata una piccola iniziativa. E poi Skype, quando sono entrato io, era appena stata acquisita da Ebay, quindi non era più una normale start-up. Anche se avrei fatto comunque la scelta».

Nel 2006 Noseda diventa direttore generale per l’Italia. Mette insieme un team di dieci persone. Alla fine del 2006 parte per Londra con una posizione internazionale. «Ora la mia posizione è quella di direttore generale per lo sviluppo dei mercato Europa- Medio Oriente- Africa – spiega. L’ambiente qui è estremamente dinamico, giovane, flessibile e completamente informale: anche se in questo c’entra il fatto che sia un misto tra Skype e l’ambiente anglossassone. Molta delega e responsabilità alle altre persone, l’aspetto che mi piace di più. C’è una tale quantità di iniziative e opportunità diverse, che di fatto non mi sento che quella curva dell’apprendimento si sia appiattita. L’elemento fondamentale che mi tiene qui è che ognuno di noi ha veramente la percezione di stare per cambiare il mondo. Quello delle telecomunicazioni è stato veramente cambiato. Io ho due figli che si sono materialmente spostati a Londra, ma prima, se non ci fosse stato Skype, non avrei potuto vederli, cenare da solo a Londra ma vedendoci mentre loro cenavano a Milano. Prima di Skype la vita da espatriato non l’avrei fatta».

Presenza, 2010 - Ne ha fatta di strada di Tancredi Palmieri