Guido Piccarolo

President and CEO Los Angeles Habilitation House


Sorge a Long Beach, sulla soleggiata costa californiana, la “Los Angeles habilitation house” (Lahh), un’opera no profit nata per creare e gestire opportunità di lavoro per disabili e ragazzi reduci dalla guerra, da formare nel settore delle pulizie.

Nell’insolito nome e in quella seconda “h” – che significa casa – è racchiuso tutto il desiderio che sei anni fa spinse Guido Piccarolo, presidente della Lahh, a iniziare questa avventura. E a lasciare il suo lavoro di analista finanziario. «Lavoravo alla Walt Disney Company e mi occupavo della produzione di cartoni animati trasmessi in televisione», racconta Guido con l’espressione di chi ama il suo lavoro. «Avete presente? Le storie di Winnie de Pooh, Chicken Little».

Approdato in America oltre dieci anni fa, Piccarolo si è laureato in Cattolica nel 1993. «Dopo il liceo scientifico mi sono iscritto alla Facoltà di Economia e Commercio, ma non ero proprio uno studente modello». Il ricordo peggiore? «L’esame di Analisi: l’ho dato almeno 6 volte». Poi, l’ultimo anno, la tesi, «una vera e propria impresa»: un approfondimento in Elaboratori elettronici e sistemi meccanografici. «Anche soltanto pronunciarlo mi sembrava difficile».

Eppure, gli anni dell’università hanno lasciato il segno nella formazione dell’imprenditore, con una lunga esperienza nel settore amministrativo e finanziario. «In Cattolica ho incontrato ragazzi appassionati a ciò che studiavano: la loro voglia di conoscere e capire era contagiosa. Per questo – alidà dei voti sul mio libretto – sono felice di essermi iscritto a Economia. Mi sono formato nel rapporto con questi amici e con alcuni professori. E sono diventato grande».

Tanto che, quando è arrivata la prima telefonata dall’America, Guido non ha avuto paura di lasciare tutto a partire. Ma per capire la sua storia bisogna fare un passo indietro. «Ho terminato gli studi in un momento difficile – spiega Guido – l’Italia stava attraversando le conseguenze dello scandalo Tangentopoli». La classe politica crollava poco a poco. La crisi però era anche economica e, di conseguenza, lavorativa. «In questi mesi – a cavallo tra il 1993 e il 1994 – cercavo un impiego, ma essere assunto sembrava impossibile».

Dopo qualche settimana, arriva una proposta inaspettata. Un amico sacerdote a capo di una no profit a New York cerca un gruppo di giovani disposti a passare l’estate in America a dare una mano. «Ho intuito che poteva essere la strada giusta. Non c’era motivo di aspettare. E poi ero contento: avrei anche potuto imparare l’inglese…». Così Guido parte e si trasferisce a Brooklyn, dove vive per due anni insieme ai suoi amici. Da lì, la sua carriera è tutta in salita. Sempre sotto il segno della bandiera a stelle e strisce.

Dopo una parentesi negli uffici amministrativi di alcune compagnie di spedizioni, si sposta in California e diventa senior accountant all’e-Toys di Santa Monica. La svolta però avviene nel 2001, quando viene assunto alla Walt Disney Company di Burbank. E diventa production analyst per gli Studios. «Organizzavo la produzione dei cartoni animati per i più piccoli», ricorda Guido, abituato ormai a veder scorrere il suo nome nei titoli di coda della pellicola di Winnie the Pooh.

E’ in questi anni a Los Angeles che inizia a interessarsi del mondo no profit: «Mentre lavoravo alla Disney, mi sono iscritto a un Master in Finance. Ho potuto farlo perché la mia laurea era stata riconosciuta in America. Durante un corso mi sono appassionato al business che ruota intorno al terzo settore. Non pensavo che si potessero conciliare il lavoro e la solidarietà anche su larga scala. Ero abituato a vedere realtà no profit piccole, magari gestite da parrocchie o associazioni. Invece durante il corso ebbi un’intuizione: potevo fare qualcosa per il mondo, anche sfruttando le mie competenze».

Era questo il desiderio più grande di Guido: fare qualcosa per il mondo. Una decisione che si è rafforzata dopo la visita a una cooperativa di disabili a Portland. «Sono rimasto folgorato dalla loro gioia solo per il fatto che qualcuno dava loro un impiego. Appena sono entrato nel capannone dove lavoravano (all’Habilitation centerd i Portland si occupano di cucire uniformi e zaini per l’esercito americano, ndr.), tre di quei ragazzi mi sono saltati al collo e mi hanno abbracciato.

«Prima di andarmene ho parlato con il direttore della Onlus, chiedendo cosa avrei dovuto fare se avessi voluto iniziare un’opera simile. Mi ha suggerito due cose, che sono rimaste il criterio del mio lavoro: prepara un business plan – mi ha detto -. E mi raccomando, se devi iniziare questa avventura, non farlo da solo».

Decisivo, a questo punto, è l’incontro con una collega, Nancy Albin. «Eravamo diventati grandi amici alla Walt Disney. Tornato da Portland non potevo tenere per me quello che avevo incontrato e le ho detto tutto. Poi, un giorno a tavola, le ho fatto una proposta: occupiamoci noi di questi ragazzi. Lei ha accettato». Guido e Nancy si licenziano dalle loro prestigiose occupazioni per intraprendere insieme l’avventura in una no profit. Il settore sarà quello delle pulizie. Per rendersi conto del tipo di lavoro ed essere in grado poi di gestire la cooperativa, Guido trascorre mesi a lavorare per un’azienda di cleaning. Tra turni di notte, spazzole e sapone.

«Alla Disney sono rimasti così colpiti da contribuire con una cospicua donazione alla start up», dice Guido che dal 2007 si occupa anche dei giovani tornati dalla guerra, con disturbi di stress post traumatico e lesioni al cervello. Persone disoccupate e dimenticate: «I ragazzi si arruolano per l’ideale di proteggere e servire la patria, o semplicemente per potersi pagare gli studi al ritorno dalla guerra (il governo Usa garantisce una borsa di studio per i reduci). In entrambi i casi hanno un ideale buono. Ma se l’ideale non ti viene incontro nella vita, non può essere sostenuto». Da qui la scelta di accompagnare il nome dell’associazione con la parola “casa”, perché «qui vedi qualcosa nella loro vita che cambia, perché si impatta con qualcuno che gli vuole bene».

A chi comincia a lavorare alla Lahh questa diversità è evidente: «Quando sono andato a fare il colloquio di assunzione – dice – Chris, rimasto disoccupato dopo essere tornato dalla guerra mi aspettavo solo di cominciare un altro lavoro. Ho capito subito, però, che non si trattava di un’occasione d’oro. Non mi hanno solo insegnato a pulire: mi hanno fatto riscoprire una forza che credevo perduta».

E così anche per un altro ragazzo, che Guido proprio non riesce a dimenticare: «Il primo ex soldato che abbiamo assunto come veterano si era improvvisamente ritrovato senza casa e senza lavoro. Ricominciare per lui ha significato tutto: la speranza di una vita che è ancora possibile vivere. Ha iniziato a lavorare nella sezione amministrativa della cooperativa. Dopo due mesi che era in ufficio, è venuto da me e Nancy. Ci ha detto: “Vi ringrazio perché attraverso questo lavoro ho riscoperto i talenti che credevo di aver smarrito. Non riuscivo più leggere e ho ricominciato, non avevo voglia di scrivere eppure l’ho fatto!”. Così, dopo due mesi, ha scelto di ritornare a scuola».

Nel luglio del 2011, Guido Piccarolo e la Lahh sono stati premiati a Salt Lake City con il Best Cleaning Industry communications Awards, il premio alla comunicazione del settore della pulizia americano. «E’ un riconoscimento importante – spiega Guido -. Noi siamo davvero pochi (i rahazzi che lavorano oggi alla Lahh sono 18, tra i 20 e i 30 anni, ndr), eppure riusciamo a competere con aziende che hanno centinaia di operai. Spesso penso che se ci fossero più braccia potremmo espanderci. Ma un momento dopo sorge improvvisa la domanda: se avessi un’impresa più grande, ma non conoscessi il significativo delle cose e della vita, a cosa varrebbe tutto il mio sforzo?».

Alla fine della premiazione, Guido vede avvicinarsi il presidente di una grande Onlus americana. Lo abbraccia. Poi gli dice: «Qualsiasi cosa posso fare per voi fatemelo sapere: quello che siete è ciò che desidero per la mia vita».

Presenza, 2012 – Ne ha fatta di strada di Linda Stroppa