Roberto Vecchioni

Cantautore e Professore


«Se incontrassi il me stesso di allora, mi risulterebbe francamente antipatico. Un ragazzo incerto, bloccato da una totale incapacità di rapporti, che viaggiava fra un’interiorizzazione assoluta e momenti di entusiasmo ridanciano. Un ego forte, ma tutto giocato in difesa».

Seduto nella sua casa del centro di Milano inondata dal sole, mentre il sigaro è quasi del tutto consumato, Roberto Vecchioni dà un giudizio severo del giovane che, «una vita e mezzo fa», studiava Lettere classiche in Cattolica. Il Professore si indaga, fruga nei ricordi, e spiega che «probabilmente questo carattere strano ha influito sulla scelta degli studi, e sulle passioni di quegli anni. Ero innamorato delle lettere antiche, negli autori che studiavo ritrovavo i temi forti che interessavano la mia vita, ma lo facevo anche per distinguermi dalla massa dei miei coetanei».

In che anni ha frequentato la Cattolica? Qual era il clima?

Erano gli anni sessanta, la contestazione non era ancora iniziata, i ragazzi della mia età sprecavano il tempo in stupidaggini, e nella borghesia milanese pensavano unicamente al mestiere del padre per prenderne il posto. Un’atmosfera pesante che regnava anche in Università. In questo ambiente era difficile costruire delle amicizie vere, soprattutto per uno come me, perché i miei compagni di studi erano concentratissimi sulle materie, sulle scadenze, sulle sessioni d’esame, ed era quasi impossibile parlare d’altro con loro. Di tutte quelle persone oggi non conosco più nessuno.

In Cattolica, in quegli anni, è iniziato il movimento di contestazione: lei come lo ha vissuto?

Il movimento studentesco l’ho visto dall’esterno, perché mi sono laureato proprio nel 1968, con una tesi sul quarto libro del Corpus Tibullianum discussa con il professor Benedetto Riposati. Appena terminati gli studi, forse per reazione, mi sono iscritto alla Federazione comunista giovanile, che per i contestatori di allora significava essere un reazionario. Per due anni, dopo la laurea, sono stato assistente di Storia delle religioni. Ho lavorato anche per il sindacato della scuola, perché allora stavo iniziando a insegnare, e ho avuto modo di conoscere Mario Capanna. Ci siamo rivisti trent’anni dopo, e siamo cambiati molto entrambi.

Cosa significa per lei la politica?

Era un’espressione della mia personalità, la vivevo in modo totale, quasi con la foga di buttar fuori tutta la partecipazione di cui ero capace. Mi volevo far carico di tutti i problemi del mondo, seguivo con passione tutto quello che accadeva e ci stavo anche male, e questo atteggiamento totalizzante rispondeva ad un’esigenza profonda e personale. Con gli anni, poi, è arrivata la maturità e ho imparato che anche lo slancio deve essere gestito, misurato.

Lei prima diceva di non riconoscersi nel Vecchioni studente. Chi o che cosa l’hanno cambiata?

Difficile dirlo. Certamente il fallimento del primo matrimonio mi ha cambiato molto, e poi la nascita dei figli mi ha permesso di riversare su di loro l’affetto e i sentimenti che prima vivevo in maniera solo egoistica. Gli anni '80 sono stati un lento processo di ricostruzione, nei quali è stata fondamentale la presenza della mia attuale moglie, che in tre o quattro occasioni mi ha salvato davvero la vita. Ho l’impressione però di avere un’esistenza sfalsata.

In che senso?

Nel senso che mi è capitato quasi tutto “in ritardo” rispetto agli altri: mi sono laureato tardi, ho avuto il primo amore tardi, sono uscito di casa a trent’anni, e solo a cinquant’anni, per così dire, mi sono riallineato, e lì è nato un nuovo modo di essere. E’ accaduto più o meno lo stesso anche con le canzoni. Ho iniziato a scriverle quando avevo solo 17 anni, ma ci sono voluti undici anni per riuscire a esibirmi su un palco. Per uno come me, del resto, la canzone è un modo formidabile per rivelarsi nascondendosi; per una dichiarazione d’amore, ad esempio, puoi dire cose anche molto audaci, ma hai sempre una via di fuga perché ti celi dietro la finzione scenica della canzone.

I giovani e la musica

Un rapporto fondamentale. Nel ’99 sono stato relatore di un ciclo di incontri culturali e musicali sulla canzone d’autore in diverse università francesi. Dal ’99 al 2000 ho promosso 40 appuntamenti con le scuole superiori e le università italiane incontrando oltre 50 mila studenti sul tema “Musica e poesia”, parlando dell’evoluzione storica della canzone d’autore.

A cosa stai lavorando ora?

Sato preparando un nuovo album che si intitolerà Il vecchio e il mare, ma è un lavoro difficile e sofferto, sia per le mie condizioni di salute sia per il fatto che ho perso molti degli stimoli e degli impulsi di immaginazione che sono fondamentali in ogni arte, anche in una piccola arte come la mia. Come in ogni nuovo lavoro, anche in questo ho la speranza di dire qualcosa di nuovo e di superarmi, anche se non nutro molta fiducia nella critica musicale. Riconosco che la critica è sempre stata benevola e disponibile nei miei confronti, ma ho come l’impressione di non essere stato ancora letto in profondità, e che non ci sia ancora stata un’analisi universalizzante della mia opera che mi soddisfi.

Quando ha iniziato a scrivere libri?

I libri vengono molto dopo, e nascono da una pressione della casa editrice. E’ stato un lavoro che mi ha molto coinvolto ed emozionato, perché la dimensione del libro apre il campo a una serie di riflessioni e ragionamenti che non trovano spazio in una canzone, fatta quasi esclusivamente di sentimenti. Sono entrambi libri di impostazione molto classica, in particolar modo il volume di racconti, in cui prendo la vita di un personaggio storico e la colgo in un aspetto apparentemente secondario, ma che a mio parere dice già tutto di lui.

Una soddisfazione particolare?

La voce “Canzone d’autore” che la Treccani mi ha chiesto di curare per l’appendice 2000 della grande enciclopedia.

In questo, dunque, entrano in gioco anche gli studi e la cultura?

Soprattutto i testi e la cultura greca, che ho assunto come regola logica ed emozionale per la mia vita. Ho amato soprattutto la tragedia, che è stata maestra di tutte le arti ed è ancora matrice di tutti i comportamenti, ma è la civiltà greca nel suo complesso, con il suo senso di appartenenza universale, che ha plasmato l’Occidente. I Greci, in sostanza, nei seicento anni della loro storia hanno scritto la storia del mondo, perché hanno vissuto lo slancio iniziale, il periodo monarchico, la costruzione della democrazia e infine la decadenza, arrivata quando non c’era più sostanza per alimentare quel mondo, che è stato di conseguenza sopraffatto dalla forza militare dei romani. Se la nostra scuola, per un malinteso senso del moderno, decidesse di non insegnare più queste cose, la nostra civiltà sarebbe dimezzata, perché avrebbe perso il contatto con le origini.

«La canzone è un mondo per rivelarmi di nascosto:

posso dire parole d’amore audaci dietro una storia di finzione scenica».