Sebastiano Lombardi

Direttore Retequattro


Sebastiano Lombardi vent’anni fa usciva dall’Università Cattolica di Milano con in mano una laurea in Lettere Moderne. Oggi ricorda quei momenti di studente dal suo ufficio in Viale Europa, a Cologno Monzese: dopo un percorso variegato in campo televisivo – con esperienze in Mediaset, Rai e poi di nuovo in Mediaset, di cui è stato anche direttore Marketing News – Lombardi è diventato a novembre 2014 direttore di Retequattro.

Uscito dal Liceo Classico, si iscrisse alla facoltà di Economia dell’Università di Pavia. Dopo un mese, mentre era chino sui libri di Economia aziendale, sua sorella gli domandò: «E questo cosa c’entra con te?». Lombardi capì di dover cambiare corso di studi e il giorno dopo si iscrisse a Lettere Moderne: «Mi resi contro che non avrei potuto fare altro, complici le suggestioni del Liceo». Lo studio di lingue quali il latino e il greco, secondo Lombardi, porta una curiosità di fondo per il linguaggio, a cui tutto può essere in definitiva ricondotto.

La sua carriera universitaria e professionale fu così sempre più centrata sul linguaggio e le sue forme, a partire dal latino, a cui si dedicò con passione soprattutto i primi due anni: «Ero assolutamente strepitoso  -ride – nelle traduzioni: mi ricordo che leggevo gli Annali di Tacito senza bisogno di tradurli. Non sono mai più stato così bravo in niente». E il latino, cosa c’entra con la televisione e la pubblicità verso cui poi si è diretto? Come ogni altro linguaggio è un modo di filtrare il mondo e come ogni altro mette in atto la sfida della comprensione. «La passione per le forme narrative, l’attenzione ai minimi dettagli del linguaggio ti porta a capire cosa può muovere un programma televisivo negli spettatori. Così come un testo muove qualcosa in te quando lo leggi e ti permette di tradurlo bene, non solo tecnicamente, ma anche emotivamente».

Quello sugli Annali di Tacito, come su altri autori, fu uno studio in grado di avvicinare Lombardi sempre più all’idea di cosa voleva fare della sua vita professionale. Scelse infatti di prendere l’indirizzo in Comunicazione, grazie anche a Federico Di Chio – vice direttore del Marketing strategico del Gruppo Mediaset e docente di Scienze della comunicazione e dello spettacolo – ai tempi assistente di Francesco Casetti, professore di Sociologia della comunicazione. Complici Gianfranco Bettetini e Fausto  Colombo, «che mi aiutarono a capire che cosa mi piaceva davvero». Fu per quei corsi che Lombardi comprese di voler lavorare in ambito televisivo: più ne approfondiva lo studio, più gli si rivelava come la dimensione in grado di esaltare le sue più grandi passioni. «Volevo applicare alla realtà il filtro dell’analisi dei linguaggi e vedevo sempre di più nella televisione quel mondo in cui se ne incontrano numerosi e diversi: innanzitutto uno visivo, ricco e complesso, anche se non raffinato come quello cinematografico, e uno verbale». La forma del linguaggio televisivo, come dimostra la tesi con cui Lombardi conseguì la laurea in Teorie e Tecniche della Comunicazione sociale, con Gianfranco Bettetini, deriva in qualche modo dall’epica omerica e dai calchi linguistici provenienti dall’impostazione che il racconto orale aveva strutturato nel corso dei millenni. «La mia tesi, che sovrapponeva l’antichissimo e il contemporaneo, mi diede enorme soddisfazione: fu un lavoro di investigazione e di scoperta, con il quale ho capito alcuni meccanismi della macchina dove lavoro adesso».

L’incontro con i docenti dell’Università Cattolica fu dunque fondamentale per Lombardi: con un grandissimo affetto ricorda Francesco Casetti; con riconoscenza, affetto e simpatia Fausto Colombo, che lo seguì nel suo lavoro di tesi. «E ho un ricordo molto rispettoso di Bettetini. Lui fu quello che complicò tutto: applicò a questo mondo, che poteva essere ricondotto ad alcune forme abbastanza semplici, l’infinita complessità della semiotica». […]

Inizialmente l’Ateneo per Sebastiano Lombardi fu un luogo di formazione, di cui visse soprattutto le lezioni. «Lo ammetto, ero un secchione terrificante: i primi due anni seguivo tutte le lezioni e poi passavo il resto del tempo a casa a studiare». Poi si rese conto che poteva sostituire almeno una parte della sua ossessione per lo studio con una maggiore partecipazione alla vita, e l’Università divenne dunque anche un mondo fisico, di cui godersi gli spazi, i rumori, i silenzi, il sole di primavera che scaldava il cortile.

Terminato il percorso di studi, Lombardi non poteva immaginare che avrebbe lavorato nel marketing di Mediaset e Rai e che sarebbe diventato poi direttore di una rete televisiva; nessuna folgorazione gli fece capire che cosa avrebbe fatto “da grande”. «Di Chio mi chiamò, dopo pochi mesi dalla laurea, per fare uno stage nel marketing di Mediaset. Per un attimo ebbi l’illusione d’essere arrivato prima ancora di essere partito». Poi è stata una carriera complicata, piena di battute d’arresto, di ritorni indietro, di paure, disillusioni e di escamotage per arrivare alla fine del mese. «Fino ai trent’anni non ho avuto un impiego fisso, fino a trentatrè sono stato impiegato. L’anno successivo mi sono trovato a essere dirigente».

A vent’anni si rischia di incorrere in un grande equivoco, all’illusione che la vita sia un telefilm, che la vita sia fatta di percorsi lineari e di ispirazioni. «Ne L’intervista sull’identità, Baumann spiega che quanto noi leggiamo di lineare nei percorsi altrui, è lontanissimo dal rispecchiare la non linearità del nostro percorso di vita».

Il percorso di Lombardi fu tortuoso e teso verso un risultato di cui non era esattamente consapevole; in qualche modo sorprendente, ma mai casuale. «Caso e fortuna non esistono. Chi sa coltivare la curiosità trova in sé una sorta di “tensione verso”, che determina il caso. Se sono arrivato qui è perché l’avevo dentro». […]  «I balzi in avanti si fanno quando si ha la possibilità di fare le cose che ci risultano più naturali e in cui si può fare la differenza, rispetto agli altri, perché si ha un modo proprio». E quel modo lo si sviluppa in particolare negli anni della propria formazione universitaria, lo si affina e lo si coltiva.

«A qualunque giovane stia entrando nel mondo universitario consiglio di approfittare di ogni esame per leggerne i testi dieci volte più di quanto la sua capacità di sopportazione lo porterebbe a pensare di riuscire a fare. Mai più si avrà quella profondità, pazienza e maniacalità nella lettura che si ha quando si studia. Allo stesso tempo, gli consiglierei di farsi confondere le idee, di cercare quanto possibile di frequentare saperi non banali, di non avere l’ossessione per ciò che è ratificato dalla cultura ufficiale». E a chi sta uscendo dall’università? «Di non dimenticarsi mai di essere curioso e, se possibile, di non cercare di mettersi subito in sicurezza. Di non arrendersi a quell’ansia terribile che prende il giorno dopo, quando si esce con 110 e lode e ci si rende conto di non essere il re del mondo come si pensava». Superato quello shock, mantenuta la curiosità e la voglia di mettersi in crisi e alla prova, al di là del fatto che il mondo ci pensa da solo, si può fare di se stessi persone più ricche.

«Io non credo di avere successo, non sento di essere una persona che è riuscita: sento di essere una persona che fa qualcosa che le appartiene e quindi felice. Se più persone riuscissero a porsi questo come obiettivo di vita – chi, almeno, ha l’immenso privilegio di poterlo fare – e a dedicarsi a qualcosa che appartiene loro profondamente, credo ci sarebbero meno ansie di carriera, meno superbia gratuita e molta più felicità esistenziale».

Presenza, 2015 – Ne ha fatta di strada di Alessandra Lanza