Chiara Bidoli


Chiara Bidoli, direttrice delle testate area infanzia del gruppo Rcs MediaGroup, non hai mai perso il legame con l’Ateneo dove si è laureata in Lettere. Nei chiostri ha trovato un motore per la sua curiosità e per scegliere di dedicarsi al giornalismo di servizio. A settembre è diventata la prima direttrice del gruppo Rcs MediaGroup scelta da Urbano Cairo, in particolare del sito quimamme.it e delle riviste Io e il mio Bambino e Insieme.

Dottoressa Bidoli quando ha capito che nel mondo dell’informazione poteva collocarsi la sua carriera professionale?

Ho iniziato l’università nella convinzione che l’arte sarebbe stata la mia strada: in realtà spesso si approcciano gli studi immaginandosi un percorso, senza poi avere la certezza di dove si sta andando. In questa visione l’Università Cattolica ti offre l’opportunità di partecipare e frequentare numerosi incontri, convegni, workshop che ti stimolano nuovi interessi, curiosità  e spunti di riflessione.

Durante gli anni di studio mi ero appassionata infatti al cinema, grazie a dei professori davvero molto bravi, ma è lavorando che ho cominciato a capire cosa mi sarebbe piaciuto fare nella vita.

L’università le ha dato occasione di entrare in contatto con il mondo del lavoro?

Io sono molto grata all’Università Cattolica, e questo è uno dei motivi. Durante il corso di laurea vinsi un concorso interno per lavorare a Vita & Pensiero (la casa editrice dell’Ateneo), che di fatto è diventato il mio primo editore. Era il periodo in cui si iniziava ad informatizzare le schede dei libri, e io mi occupavo del database. Mettersi in gioco, confrontarsi con le persone, fu il mio primo passo verso l’evoluzione dalla ragazza timida che ero. Mi è capitato, in seguito, di scrivere per alcune testate di Sfera Editore, che poi è entrata nel gruppo Rcs.

Aveva quindi già iniziato a lavorare a tempo pieno durante i suoi  anni di studio in università?

Esattamente, e io consiglio a tutti di non arrivare alla tesi senza voci sul curriculum, senza esperienze lavorative. Contro il parere di mio padre, che mi esortava a completare il percorso accademico, ho accettato il contratto che mi era stato offerto, agevolata dal fatto che non avevo obbligo di frequenza. Ovviamente ho avuto un piccolo ritardo con la laurea, ma la grande disponibilità dei docenti mi ha permesso di presentare la tesi senza troppe peripezie: e questo è tutt’altro che scontato.

C’è qualche professore che ricorda in modo particolare?

L’Università Cattolica è un luogo dove si possono conoscere moltissime persone, in Largo Gemelli si crea un senso di appartenenza molto radicato. Ricordo soprattutto due professori, a cui sono particolarmente legata, entrambi nel campo del cinema. Uno è Francesco Casetti, professore estremamente esigente ma anche catalizzatore carismatico. Lo stimavo e coglievo il valore immenso delle sue lezioni: da ragazza che approcciava agli esami con ansia e panico, fu proprio un voto altissimo in un suo elaborato che iniziò a farmi aumentare l’autostima. La seconda è invece Mariagrazia Fanchi, a cui sono ancora molto legata. Fu proprio in lei che trovai un’immensa disponibilità nel lavoro di tesi, nonostante fossi una studentessa lavoratrice: e di questo gliene sarò sempre grata.

Cosa significa essere una giornalista che si occupa specificatamente di temi come famiglia, maternità e salute?

Mi sono resa conto che mi interessavano questi argomenti al mio primo reportage sull’inaugurazione del reparto di neonatologia alla Clinica Mangiagalli. Spesso è ritenuto giornalismo di serie B, ma invece io amo questo lavoro, perché lo trovo estremamente utile e prezioso. Ogni testata che dirigo ha infatti una impostazione che si basa sul dare delle risposte utili alle domande che tutti si fanno quando hanno una famiglia.

Avere un figlio ha contribuito ad avere una sensibilità maggiore o spunti particolari in redazione?

Assolutamente. Le paranoie e i dubbi che hanno le mamme sono molto simili, e quindi ho acquisito una comprensione maggiore: è una sorta di community naturale, e per questo bisogna metterci il cuore. Negli editoriali racconto spesso la mia esperienza di madre, sui social network invece non posto mai nulla su mio figlio. Questo crea empatia con i lettori, che così si fidano della rivista. Quando sono andata in maternità ho fatto quasi fatica a rendermi conto di avere un bambino, a gestire l’equilibrio tra sfera personale e professionale.  Durante il periodo della maternità ho sfruttato il tempo a disposizione per studiare il mondo dei video che stava esplodendo, pensando e sviluppando progetti che poi ho lanciato, una volta tornata al lavoro.

La curiosità sembra uno dei suoi marchi di fabbrica: ce ne sono altri?

La curiosità sta alla base del giornalismo, è indispensabile. Parte della mia fortuna è nata dalla mia voglia di mettermi in gioco su tutto, senza paure né limiti. Quando sono entrata in Rcs, ho bussato a tutte le porte per propormi. Dalla politica alle inchieste, questa ampia esperienza mi è servita: superare i limiti e i paletti personali mi ha aiutato.

Insieme, lo storico mensile per la famiglia, è stato totalmente rinnovato lo scorso maggio. Nuove sezioni che offrono risposte concrete e di servizio ai genitori contemporanei in una veste grafica completamente ripensata. Ci può spiegare su cosa si è basato questo restyling della testata?

È frutto di un progetto innovativo, curato dal nostro stesso editore Urbano Cairo, che ha avuto come obiettivo il rilancio dello storico familiare di RCS in chiave più moderna. I contenuti informativi, in forme differenti, sono sempre presenti. La rivista ha una struttura che strizza l’occhio alla fruizione del terzo millennio: tante notizie brevi e molti box che catturano l’attenzione, il tutto in una grafica accattivante e con contenuti che rispondo alle esigenze delle famiglie di oggi. È costruito in modo che ognuno trovi ciò che cerca facilmente, passando da temi scientifici ad altri più leggeri. Già dalla prima pagina si nota un’evidente novità: è presente ogni mese un personaggio noto che raccontiamo mediante “chiacchierate” in cui ci svelano la loro vita da genitori, un modo per avvicinare questi “vip” alla realtà quotidiana del lettore.

Insieme è una rivista molto ricca, che prevede un lavoro intenso, con grande attenzione anche ai temi di attualità. Dalla salute, a tutte le tematiche legate a crescita e scuola, fino alla moda che facciamo "vivere" attraverso esperienze in cui raccontiamo luoghi e idee per trascorrere tempo di qualità con i figli. Grande attenzione è l’integrazione dei vari media, nella consapevolezza che ogni contenuto può essere proposto, oltre che su stampa, in internet, come video, sui social in un sistema virtuoso di sinergie. Ammetto che la mia provenienza dal mondo web mi aiuta ad avere una certa elasticità mentale. 

Come si affronta un argomento attualmente  molto delicato come quello dei  vaccini?

Affrontandolo senza esitazioni e compromessi, dando informazioni chiare, esaustive che stimolino il confronto costruttivo. Ma soprattutto veicolando informazioni corrette e autorevoli attraverso tutti i media. Per noi è un punto imprescindibile, quello di affrontare argomenti importanti in chiave semplice e diretta, sempre e solo con il coinvolgimento di massimi esperti del settore.

Recentemente abbiamo realizzato una tavola rotonda in cui abbiamo affrontato il tema delle "fake news" nell'ambito della salute. All’incontro è intervenuto il professor Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e membro dell’Executive Board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha sottolineato l'importanza di valorizzare l’informazione professionale e promuovere un’alleanza tra il mondo scientifico e quello giornalistico in modo da distinguere le piazze virtuali, dove ha ragione chi prova a stupire e chi urla più forte, dai luoghi di un’informazione seria e qualificata. Per noi questo approccio è fondamentale, è quello che facciamo tutti i giorni. 

Avete affrontato anche il problema degli effetti della tecnologia sui bambini?

È un tema molto attuale che ha pro e contro. Ovviamente bisogna evitare gli eccessi e a guidare dovrebbe essere sempre il buon senso. Si constata però la difficoltà dei bambini a concentrarsi a scuola, abituati ad una sovraesposizione a stimoli multimediali e a passare da una cosa all’altra in modo molto veloce. Anche su questo tema non ci poniamo come “giornale onnisciente”: comprendo io stessa – da mamma - che, con tutti gli impegni, è difficile dare sempre a mio figlio le attenzioni che merita, soprattutto ora che si diventa genitori piuttosto tardi. Senza puntare il dito, proponiamo semplici stratagemmi: se abituato, un bambino può giocare con una macchinina anziché, solo ed esclusivamente, con un tablet quando si esce per esempio a cena.


Presenza gennaio - aprile 2018, di Matteo Nava