Maria Giuseppina Cucciari

Attrice e comica


Dalla Sardegna al palco di Zelig. Passando per l’Università Cattolica. Capelli e occhi corvini, come ogni donna mediterranea che si rispetti, trentatre anni dichiarati forse controvoglia, e un innato sarcasmo nei confronti della vita: è la Geppi Cuccairi conosciuta attraverso il grande Circus televisivo targato Gino e Michele. Ma dietro allo spettacolo c’è anche un’altra Geppi. Che all’anagrafe fa Maria Giuseppina Cucciari, Dottoressa in Giurisprudenza alla Cattolica.

Come si possa discutere una tesi sul “regime internazionale delle Bocche di Bonifacio” a far ridere milioni di persone al grido di “Siete in un tunnel? Non uscitene. Arredatelo”?

Fino al 2000 ho vissuto una vita diversa da quel che si può immaginare: me ne stavo tranquilla a Cagliari, in famiglia, giocavo a basket in A2 anche con un discreto successo. La passione per il cabaret risale al liceo, ma i miei genitori non accettavano alternative: mi volevano avvocato. Piuttosto che dar loro una delusione, quindi, ho accettato di iscrivermi a giurisprudenza. Ero quasi ossessionata dalla parola “diritto”, e sentivo di non amare quel che studiavo, ma per farli felici ho deciso che ci avrei provato. A 8 esami dalla fine, però, ho avuto una specie di illuminazione: ho giurato ai miei genitori che mi sarei laureata, a patto che mi mandassero a Milano. Loro hanno accettato”.

Milano, la più grande fucina italiana di cabarettisti: non sembra essere stato proprio un caso.

Ho sfruttato questo piccolo stratagemma per potermi mettere alla prova con quella che sentivo essere la mia strada, il cabaret. Milano è una città strana, che permette a chiunque abbia un sogno di iniziare da subito a realizzarlo. O almeno di poterci provare: è una specie di imbuto in cui tutto può essere battuto, che lascia poi al singolo compito di gestire le tante opportunità offerte. Appena arrivata in città, nell’autunno del 2000, ho cominciato a esibirmi nel Laboratorio Scaldasole, al Teatro Barrios: un posto in cui chiunque può salire sul palco e provare.

Perché allora continuare l’università? Mollare tutto sarebbe stato più semplice.

Non avrei potuto dare una delusione simile ai miei genitori: protettivi e “borghesi” com’erano non avrebbero mai sopportato di vedermi, ultima di tre figli e unica femmina, a far battute in giro per il mondo, senza il famoso “pezzo di carta” in tasca. E poi era diventata una questione di principio: sentivo di dover chiudere un capitolo. Avrei potuto tentare la vita affascinante e bohemien della “giovane artista alternativa”, che si mantiene facendo la cameriera. Oppure avrei potuto trasferirmi a Roma e frequentare l’Accademia di Arte Drammatica. Ma nonostante sapessi che mia strada non era la giurisprudenza, non ho mai pensato che non valesse la pena portare a termine gli studi.

Di fare l’avvocato, quindi, nessuna intenzione.

In realtà, dopo la laurea, ho lavorato in uno studio notarile, e mi sono persino iscritta all’esame di stato. Ma non l’ho mai sostenuto: credo di avere uno spiccato istinto al pragmatismo che si fa sentire nei momenti più importanti. Sapevo di essere così poco interessata all’avvocatura da ritenere la strada del cabaret più concreta di quella legale. Sono venuta a Milano per laurearmi e mi sono ritrovata una comica. Anzi, una comica dottoressa.

Dal tuo arrivo a Milano hai bruciato le tappe: gavetta tra radio e teatro e poi Zelig: qual è stato il segreto del successo?

Credo che la comicità sia piaciuta alle persone perché sincera, autentica. Non si tratta solo dell’ilarità immediata che provoca la figura di una trentenne single un po’ acida con il genere maschile. Quando sono sul palco racconto situazioni vere, in cui la gente si riconosce. A differenza di quanto fanno altri colleghi, che si affidano a un personaggio, in scena dichiaro di chiamarmi Geppi Cucciari, di essere sarda e di non vergognarmi dei problemi comuni di tante donne altrettanto comuni. Per costruire la parte più comica dei miei spettacoli mi servo di alcune situazioni particolari. L’ironia è concentrata nelle battute, ma la situazione sociale descritta è vera fino in fondo. Sono una comica e non una sociologa: per questo cerco di far ridere dei difetti e invitare alla riflessione attraverso delle minime forzature.

Il tuo primo romanzo è stato un successo editoriale. La sitcom “Belli dentro” ti è valsa la Telegrolla come miglior attrice. Con la tournèe “Si vive una volta sola” hai riempito i teatri. Cosa vuoi fare da grande?

Il più grosso rischio per noi comici è di essere identificati solo con il personaggio che si porta sul palco. Per questo, soprattutto negli ultimi anni, ho cercato di affiancare all’attività principale di cabarettista anche altre strade artistiche, senza mai rinunciare all’onestà intellettuale nei confronti del pubblico. Il sogno è quello di diventare un’attrice “vera”, ma so essere difficile per la forte caratterizzazione (fisica e regionale) da cui non riesco sganciarmi. Ma con Belli dentro ho capito che gli spazi di lavoro esistono, anche per un’attrice che resterà sempre “morbida e sarda”. E’ vero: anch’io, come quasi tutti i comici, ho scritto un libro. Per anni mi sono rifiutata di firmare un volume che fosse una semplice raccolta di battute e sketch già visti e sentiti. Solo quando mi si è presentata la possibilità di scrivere un veri e proprio romanzo, a quattro mani con Lucio Wilson, ho ritenuto “onesto” lavorarci e proporlo al pubblico: la comicità non manca, ma si fonde in una vera e propria storia. E poi c’è il giornalismo: da qualche tempo scrivo su Donna Moderna. Insomma: la speranza è che prima o poi non mi si chieda più “ma alla fine lei che lavoro farebbe?”.

Stando a Geppi Hour, la tua ultima fatica televisiva, verrebbe da rispondere: conduttrice.

Parola grossa, ma sì, sono un po’ anche quello: con il programma andiamo in onda tre sere a settimana, su Sky, per un totale di trentasei puntate. E’ un prodotto nuovo e sperimentale, in cui sono padrona di casa sotto la doppia veste di conduttrice e animatrice: ogni sera intervisto personalità dello spettacolo e della televisione e ospito altri comici. Il tutto senza mai neanche citare la “povera single cicciottella”. Diciamo che sto cercando di mostrarmi sotto una luce diversa. Ovviamente quello della single non è un personaggio da cui posso completamente staccarmi, perché chi viene a vedermi a teatro o mi cerca in televisione da me si aspetta qualcosa che coincide con la prima caratterizzazione che io ho fatto di me stessa. Non rinnego nulla, ma sento anche che è arrivato il momento di rinnovarsi, sorprendendo il pubblico ma senza disorientarlo.

C’è qualcosa che, ripensando alla tua esperienza, hai voglia di consigliare ai tuoi ex colleghi universitari?

Pensando alle due grandi soddisfazioni della mi vita – la laurea e il momento in cui ho pensato “ce l’ho fatta” – posso solo dire di affrontare gli incontri importanti senza permettere a nessuno di togliere sicurezza e autostima. E soprattutto darsi tempo e avere pazienza, perché esiste sempre un margine per migliorare, imparare e provare ad arrivare dove si vuole. Qui a Milano ho rivisto il professore che, al secondo esame in quel di Cagliari, si scandalizzò perché decisi di accettare un 19. E commentò secco: “Lei non si laureerà mai”. Allo stesso modo, pur avendo avuto la fortuna di lavorare con persone come Giancarlo Bozzo e lo stesso Lucio Wilson che hanno creduto fortemente in me, anche a Milano non sono mancate persone che mi hanno guardato con “lo sguardo da commessa”: sospettoso, diffidente e un po’ pietoso. Per dimostrare che questi personaggi hanno torto, bisogna sempre provare. Tutto può cambiare. Per questo ho dedicato così la mia tesi : “Ai miei genitori, per i miei genitori, a causa dei miei genitori”. Quella del libro, invece, solo leggermente diversa: “Ai miei genitori, per i miei genitori, nonostante i miei genitori”.

Presenza, 2007 - Ne ha fatta di strada di Valeria Raimondi