Massimiliano Pogliani


CEO illycaffè

Alumnus della Facoltà di Economia e Commercio
 

La realtà va sempre al di là delle nostre capacità previsionali, dei nostri articolati sistemi di prevenzione e gestione del rischio, della nostra idoneità a costruire scenari attendibili: la realtà supera sempre l’immaginazione. Uno dei molti insegnamenti che sono derivati al mondo delle aziende dagli impatti del coronavirus, è un salutare bagno di umiltà: non dominiamo il futuro e neppure l’immediato presente, la nostra abilità di programmare azioni e risultati è nulla di fronte alle sfide che la vita ci propone. E questo vale per le persone non meno che per le aziende.

Davanti alla crisi mondiale generata dal contagio, in illycaffè abbiamo reagito con buona tempestività in due direzioni: da una parte tutte le misure organizzative, produttive e distributive necessarie per mitigare le conseguenze del dilagare del virus e delle restrizioni che ha comportato; dall’altra il rapporto con i collaboratori dell’azienda, cioè il modo di essere comunità e di rafforzare la coesione interna.

I provvedimenti operativi sulla vita dell’azienda si sono rivelati necessari fin dal momento in cui si è compreso che l’Italia sarebbe stata il focolaio del contagio in Europa. Davanti al rischio che un ipotetico contagio in un collaboratore dello stabilimento costringesse una quarantena collettiva con il conseguente blocco totale o parziale della produzione, abbiamo riorganizzato il lavoro per squadre e blocchi: turni rigorosamente separati, sanificazione completa degli ambienti tra un turno e l’altro, adozione dei dispositivi di protezione individuale previsti dalla normativa, distanziamento rigoroso tra le persone per limitare al massimo le possibilità di contagio. È come se avessimo creato delle invisibili ma inviolabili “porte tagliavirus”. Così facendo, se anche si fosse malauguratamente generato un caso all’interno dello stabilimento, l’isolamento a casa avrebbe coinvolto solo i colleghi di quella squadra, senza provocare conseguenze generalizzate nei reparti produttivi.

Abbiamo parimenti dovuto metter mano alla logistica e alla distribuzione del prodotto. Per un’azienda come la nostra, che concentra tutta la produzione in Italia, ma che genera quasi il 70% del proprio fatturato all’estero, il rischio di un blocco delle merci in uscita o in entrata avrebbe comportato – e in alcuni casi alle frontiere è accaduto – una paralisi logistica e distributiva. Allo stesso tempo, un’eventuale drastica chiusura di ulteriori aree (“modello Codogno”) avrebbe implicato un blocco nell’approvvigionamento d’imballi e altri semilavorati invece essenziali.

Le misure adottate sono consistite nell’incremento di scorte dei semilavorati e nella “decentralizzazione” del magazzino del prodotto venduto, attraverso lo spostamento di caffè torrefatto presso le sedi delle filiali europee e, in forma di vendita anticipata, nelle sedi internazionali dei distributori terzi.

Il ricorso massiccio allo smartworking ha interessato la nostra azienda non meno di altre. Abbiamo rapidamente spostato al lavoro a casa tutto il personale non essenziale ai reparti produttivi, come previsto dal decreto governativo e dalle buone prassi, mantenendo in azienda solo i colleghi addetti allo stabilimento e alla logistica. Come tutti, abbiamo imparato a lavorare da lontano, scoprendo che molto si può fare, benché non tutto. Sarà certamente questo uno dei “lasciti” dell’epoca del virus: una forte accelerazione dello smartworking con la combinazione di lavoro a casa e in azienda. In illycaffè avevamo già dato impulso questa moderna forma di lavoro, ed è probabile che in tutto il mondo occidentale la flessibilità dei luoghi della prestazione lavorativa si sia, a causa di questa emergenza, affermata definitivamente. Torneremo – presto, speriamo – a lavorare in ufficio, ma continueremo a farlo anche da casa.

La seconda direzione delle nostre azioni è stata, se possibile, ancor più importante: riguarda le persone.

Questa crisi ci ha insegnato che il valore più importante di un’azienda, l’asset più significativo benché non registrato in uno stato patrimoniale, è la propria comunità.

Abbiamo intensificato i contatti quotidiani al di là delle innumerevoli conference call, stretto le maglie del nostro sentire comune, esteso spontaneamente pazienza, comprensione e incoraggiamento. Abbiamo inondato di messaggi i colleghi degli stabilimenti, portato supporto morale e psicologico agli addetti alle linee produttive presso Milano, i più colpiti e preoccupati dai numeri del contagio. Abbiamo organizzato webinar per imparare a lavorare insieme a distanza e poter sorridere e scherzare anche in questo complesso frangente. Si crea, in questo forzoso distacco fisico, uno spirito di adattamento che è al tempo stesso aziendale e comunitario. Si alimenta e rafforza il principio di fiducia nelle persone, l’aiuto reciproco, l’orgoglio di essere un team.

Ci si vede dallo schermo di un computer, ci si parla e ascolta con suono un po’ metallico, ma ci si sente l’uno accanto all’altro. Nel distanziarci, la crisi ci ha reso mai così vicini.