Nicola Palmarini


Director of UK’s National Innovation Centre for Ageing

Alumnus della Facoltà di Scienze Politiche e Sociali

 

Lo stato di emergenza non è più una novità per nessuno e, come molti altri, scrivo in un momento difficile da decifrare: mentre l’Italia e l’Europa intera lanciano segnali inequivocabili, l’Inghilterra - e gli Stati Uniti dove mi trovo da qualche giorno, hanno fatto il possible per evitare di guardare la realtà o per indurci a credere, forse a sperare, che potesse essere diversa. Solo ieri, finalmente, abbiamo ricevuto “l’ordine” di chiudere gli uffici e lavorare da casa. Essere Italiano mi ha dato, purtroppo, il vantaggio di capire meglio e prima di altri miei colleghi la gravità della situazione e quindi di anticipare l’inevitabile.

Già dalla settimana scorsa avevamo predisposto quello che poi abbiamo messo formalmente in atto oggi. Niente di particolare: tutti i nostri progetti erano e sono su un Kanban accessibile al team, abbiamo stabilito una riunione mandatoria ogni giorno all’ora di pranzo, più per stare insieme e guardarci negli occhi di una telecamera che altro. I gruppi si sono auto-organizzati seguendo i loro piani di lavoro e le loro scadenze, abbiamo aperto una chat su Wapp per velocità di comunicazione. Insomma, tutte cose che usavamo/facevamo anche prima, adesso in modalità permanente da casa. Trovarmi in USA mentre il mio team è in UK e mettere in atto questo piano non ha fatto alcuna differenza, se non l’inconveniente di una sveglia all’alba. In realtà tutto questo è possibile e - in qualche modo - facile, non tanto e non solo perché ci sia qualche tecnologia che ci permetta di farlo, quanto piuttosto perché quando ho preso questo incarico ho spinto con tutte le mie forze per costruire questa organizzazione sul modello della trusted enterprise. Lavorare da remoto è permesso – prima di tutto - dai principi su cui hai costruito la tua architettura di valori insieme alla persone con cui lavori, insieme ai tuoi collaboratori: fiducia in primo luogo e poi rispetto dell’individuo, responsabilità, produttività, appartenenza, condivisione. Senza queste fondamenta non esiste quello che qualcuno chiama oggi, un po’ anacronisticamente, “smart working”.

Lavorare in modo smart non significa farlo da casa piuttosto che dall’ufficio, attraverso una chat o un tablet, significa farlo ogni giorno, dovunque tu sia, nel rispetto dei valori e della missione della tua impresa e nel rispetto dei collaboratori, delle loro individualità, della loro diversità e soprattutto nella dinamica di trust reciproco che siamo stati (o meno) in grado di costruire. In un testo che avevo scritto qualche anno fa proprio su questo tema, avevo coniato il neologismo “collavorare”: esattamente di questo si trattava.

Per cui la domanda è: cosa cambierà quando finirà questa emergenza? Per noi poco o niente, se non il vedere confermato e rafforzato il rapporto di fiducia tra le persone. Mi aspetto un team ancora più coeso e convinto che le proprie capacità dipendano da quelle degli altri. Mi aspetto di vedere chi era più abituato ad accoccolarsi tra le pieghe di un sistema gerarchico, essere messo alla prova prima con sé stessa o sé stesso che con i suoi compiti o il lavoro di tutti i giorni, e chiedersi – “dunque io sono questa”, “dunque io sono questo” e questo è quello che io posso dare e ricevere anziché aspettare che mi sia dato o richiesto.

Mi aspetto che ciascuno trovi la ragione profonda per cui sappia perché fa il lavoro che fa al di là di quello che guadagna. Forse non è vero che non cambierà niente come credevo: forse cambierà, una volta per tutte una cosa: il rispetto verso noi stessi.