Evandro Agazzi


In occasione della pubblicazione del libro “The Systemic Turn in Human and Natural Sciences. A Rock in the Pond” della Prof.ssa L. Urbani Ulivi, il Professore e Alumnus Evandro Agazzi, è tornato in Largo Gemelli.

A partire dal suo intervento su "La svolta sistemica in filosofia e nelle scienze", nasce la breve riflessione dal titolo "La sfera della conoscenza": fin dove è possibile esplorare l'ignoto? Quanto può crescere il "volume del sapere"? :  


La sfera della conoscenza

Secondo una concezione spontanea del senso comune, la conoscenza scientifica è paragonabile alla esplorazione di un vastissimo territorio che equivale al campo sterminato dell’ignoto. In questa esplorazione la scienza procede faticosamente, progredendo mediante l’accumulo di verità e l’eliminazione di errori: in tal modo l’estensione di quanto ha conosciuto aumenta, nonostante il campo dell’ignoto rimanga sempre molto vasto. Tuttavia – idealmente -  questo campo è finito e si può quindi immaginare che col passare del tempo la scienza riuscirà a ricoprirlo per intero fino al punto che non esisterebbero più zone in cui l’ignoto rimane inesplorato.

Si tratta di un’immagine abbastanza semplicistica. Oggi diverse filosofie della scienza antirealiste pretendono di sostenere la precarietà del conoscere scientifico, sempre opinabile e controvertibile e, pertanto, inevitabilmente lasciare sussistere una indefinita zona di ignoto che non si sa bene come e quando possa essere esplorata. Viceversa è più corretto aderire ad una concezione realista del conoscere scientifico, vale a dire accettare che la scienza avanza guadagnando sempre più conoscenze che, sia pure prive di una certezza assoluta, siano affidabili al di là di ogni dubbio ragionevole e quindi possono costituire, per così dire, un “volume” di sapere che si può conservare e tramandare da una generazione all’altra, pur lasciando sussistere una “frontiera” che separa questo volume dall’ignoto. La domanda che si pone è dunque questa: “verrà il momento in cui questa frontiera cesserà di esistere”?  La risposta è “no”. Non perché dobbiamo dubitare della conoscenza scientifica, bensì perché questa conoscenza avanza indefinitamente ampliando nello stesso tempo il suo contatto o, se preferiamo, la frontiera del suo contatto con l’ignoto. L’immagine che ben si presta a tradurre questa concezione è quella secondo cui il volume della conoscenza scientifica disponibile ad un certo momento è rappresentabile come il volume di una sfera, mentre la superficie della sfera costituisce la frontiera tra il noto e l’ignoto. Mano a mano che aumenta la quantità della conoscenza scientifica, aumenta certamente il volume della sfera, però aumenta anche la superficie della stessa, ossia la frontiera che separa il noto dall’ignoto e sappiamo così che la superficie di una sfera è proporzionale non al semplice raggio, bensì al quadrato del raggio. Quindi, paradossalmente, quanto più aumenta il contenuto del sapere, tanto più aumenta la frontiera con l’ignoto. Ciò si spiega abbastanza bene rendendosi conto che quando si risolve un problema scientifico la soluzione può essere assolutamente corretta senza ragionevoli dubbi in proposito; tuttavia da quella soluzione, spuntano nuovi problemi che devono essere affrontati e risolti. Ciò è quel tanto di ignoto che è per così dire germogliato dai risultati della conoscenza. È chiaro che questo processo non ha fine, dal momento che si ripete con ogni incremento di conoscenza, la quale produce una ulteriore necessità di conoscenza, e questo indefinitamente, ovvero senza che si possa immaginare che a un certo momento non ci sarà più nulla da scoprire e niente di ignoto da investigare.

L'intervista

L'alumnus agostino ha ripercorso gli anni in Largo Gemelli e spiegato l'influenza di una formazione cattolica sul suo pensiero. Infine, ha definito il ruolo del "filosofo" oggi e offerto un consiglio agli studenti che hanno intrapreso questo percorso.