Nicola Palmarini


Il mito dei percorsi di carriera orizzontali: esistono davvero? Esistono. Eccome. In un’epoca di specializzazione verticale, di mono-conoscenza e di dibattiti in televisione. In un mercato del lavoro che sembra essere interessato solo “alla” competenza dimenticando il plurale, ovvero dimenticando la pluralità della nostra naturale diversità, del nostro essere quelli che siamo per somma e non per sottrazione di interessi e capacità, non solo è ancora possibile guardare le cose del mondo “attraverso”, ma oggi è più necessario che mai.

Quando ho scelto di laurearmi in Scienze Politiche sapevo esattamente che avrei voluto fare quello che sto facendo oggi anche se non sapevo esattamente né che forma avrebbe avuto, né come avrei potuto definirlo. Avevo solo necessità che qualcuno, la mia Università, una scelta fondamentale, mi mostrasse in che modo il mio non-essere-una-cosa-sola potesse essere organizzato in una forma armonica di costruzione della conoscenza. Appena laureato e con un treno già prenotato per andare a Roma a sostenere il concorso da Vice Commissario di Polizia ho accettato di fare un colloquio in una agenzia di pubblicità perché era impossibile e ingiusto resistere alla mia passione - scrivere, creare, inventare. Ho mollato la divisa e iniziato come copywriter occupandomi di tutto: dai reggiseni, alle spedizioni, dalle lamette da barba, alla bio-plastica. Diverse agenzie, campagne, esperienze, prodotti dopo – il lancio di Internet in Italia su tutti - e con la qualifica di Direttore Creativo sono entrato in IBM dove, all’interno di un open lab ante-litteram chiamato Business Innovation Centers, cercavano una figura “orizzontale” che potesse interagire con clienti per sviluppare progetti integrati di comunicazione, user-experience, tecnologia e strategia. Qualcosa di usuale oggi, di eccezionale allora. Mi sono occupato – digitalmente - di treni e e-commerce, di trading e piastrelle, di teatri o di come rendere più intelligenti le città. Ho iniziato a studiare le tematiche di accessibilità e occuparmi di auto a guida autonoma, mobile, Internet delle cose e, soprattutto, di come la multiforme e inarrestabile evoluzione tecnologica potesse essere d’aiuto alle persone più fragili per sostenere la loro indipendenza e preservare la loro dignità. Quella che è la mia vera specializzazione oggi.

Nel frattempo, ho dato vita alla strategia sui canali social di IBM Italia, ho curato il brand, mi sono occupato di strategie di collaborazione, ma non ho mai smesso di sperimentare direttamente cosa di buono si potesse fare con la tecnologia conservando un ruolo, quello di Direttore dell’Human Centric Solution Center di IBM Europa, che mi ha permesso di poter “attraversare” le competenze, gli skill, i modelli di business, i ruoli. E di provare tutto questo sul campo.

Ho lasciato IBM nel 2014 per guidare il team di Tinaba.com con Matteo Arpe, sono stato uno dei soci fondatori della Talent Garden Innovation School, ho fatto da advisor a Stentle, fino a quando sono stato chiamato da IBM Research, a Cambridge, in Massachusetts, per costruire la pratica globale di intelligenza artificiale per l’invecchiamento attivo dove ho guidato per tre anni un team di 20 persone.

Oggi lavoro all’MIT IBM Watson AI lab, una partnership da 250 milioni di dollari tra accademia e industria dedicata allo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale dove oltre ad essere Program Manager mi occupo di etica nell’AI Lab senza, naturalmente, rinunciare al mio ruolo di subject matter expert in aging e longevity.

Ho scritto quattro libri, l’ultimo sulle possibilità offerteci dalla ricerca di vivere forse in eterno e ho fondato una non-profit a New York dedicata a supportare le donne over-55 nelle loro transizioni di vita e carriera.

È finita qui? Credo di no. Come si dice, bisogna stare attenti ai propri sogni: magari un giorno si avverano davvero.