Simona Ferrari


Fin da piccola sono sempre stata affascinata dal mondo dello spettacolo. Guardavo “Saranno Famosi”, la serie TV, e sognavo di diventare una ballerina e vivere a New York. Purtroppo non avevo un gran talento nella danza e quindi provai a fare l'attrice teatrale. Al liceo entrai nel gruppo teatrale della scuola e successivamente in una compagnia teatrale, ma di nuovo con scarsissimo successo. Andavo decisamente meglio sui libri di scuola ma volevo assolutamente unire la mia passione con quello che sapevo fare meglio, cioè studiare. Mi iscrissi quindi a Lettere moderne all'Università Cattolica, perche’ offriva non solo un’ottima istruzione ma aveva anche un dipartimento di cinema.

Chiesi la tesi al professor de Marchi, allora docente di Teoria e Tecniche del Cinema, in quanto volevo incentrare la mia discussione sul cinema della blaxploitation, il cinema afroamericano degli anni 70. Mi laureai il 20 dicembre del 2005 seguita dal Prof. Garbellini prima e Locatelli successivamente, in quanto il prof. Bruno De Marchi venne purtroppo a mancare prima che potessi finire. Ma ora che fare? Sapevo che avrei voluto lavorare nel cinema, sognavo ancora di vivere a New York ma non conoscevo nessuno che mi potesse aiutare a realizzare almeno uno dei due sogni. Nella realtà lavoravo all'Eni, quindi in un settore completamente diverso, e vivevo a San Giuliano Milanese, non proprio New York City.

Decisi di seguire dei corsi di cinema e montaggio dopo lavoro. Capii che il montaggio era la parte del processo per cui ero più portata, perchè mi permetteva di mettere insieme tecnologia e capacità di raccontare storie utilizzando creatività e intuizione. Passò un’altro anno e finalmente tramite uno dei corsi che avevo seguito trovai uno stage in una piccola casa di produzione, Ondevisive, che si occupava principalmente di documentari e pilot per la TV, ma per la maggior parte guadagnava montando matrimoni e comunioni. Ero alle stelle! Andavo in studio la sera dopo lavoro e i weekend. Dopo qualche mese presi la decisione di provarci davvero e lasciai la ditta chimica in cui allora lavoravo per provare ad intraprendere la carriera di editor. Guadagnavo 500 euro al mese e tutti pensavano fosse una follia, che non ce l’avrei mai fatta perchè non è che davvero sapevo fare quel lavoro e comunque non conoscevo nessuno nel mondo dello spettacolo. D’altra parte siamo sempre in Italia, mi dicevano, si sa che qui senza consocenze non si va da nessuna parte. Ma io volevo provare ugualmente, c’era sempre tempo per tornare indietro se non fosse andata bene.

I ragazzi di Ondevisive mi stavano dando fiducia, forse ce la potevo fare invece. Dopo circa 9 mesi però avevo davvero la necessità di trovare un lavoro più remunerativo e finalmente un amico, per cui avevo montato dei progetti personali, mi mise in contatto con un’altra casa di produzione che lavorava per Mediaset e Rai.

La casa di produzione era Quadrio TV creata e gestita da Claudio Cavalli. Fui assunta all’istante e iniziai a lavorare per il programma “Scorie” condotto da Nicola Savino che andava in diretta in terza serata su Rai 2. Montavo brevi servizi di qualche minuto che andavano in onda durante la trasmissione. In Quadrio c’era sempre un gran fermento e tanta voglia di produrre contenuti nuovi. Finito un programma ne partiva subito un altro. Inoltre, Quadrio iniziò a produrre la serie ‘Mistero’. Per questo programma inizialmente mi occupavo di montare solo i servizi ma successivamente Claudio decise di affidarmi anche delle regie di esterne, e iniziai a girare in Italia e per il mondo a raccontare storie. Ora finalmente potevo dire di fare il lavoro che mi piaceva, e forse metà del mio sogno lo stavo realizzando. Ma New York? Ho iniziato a pensare che se ero arrivata fino a qui potevo provare a spingermi anche oltre e attraversare l’Oceano in cerca di fortuna. Durante gli 8 anni in cui lavorai in Quadrio, ogni estate, durante il mese di chiusura, prendevo il volo per NY nella speranza di incontrare qualcuno che mi offrisse un'opportunità lavorativa. Ovviamente non trovai nessuno disposto ad assumermi senza un visto lavorativo. Era ora di sfoderare il piano B: ottenere un visto. Misi da parte i soldi e assunsi un avvocato che mi aiutasse nel processo, che si rivelò lungo complicato ed estenuante per il quantitativo di prove che devono essere prodotte per dimostrare di avere la famosa marcia in più che permette di ottenere il visto O1, per ‘Extraordinary abilities in your field’.  

Dopo un anno e mezzo di ansia e attesa, finalmente arrivò la conferma che avevo ottenuto il visto e decisi di partire nel luglio 2015. Lasciai amici, famiglia e lavoro ma ora avevo realizzato anche il mio secondo sogno, vivere a New York. Passai 7 mesi a inviare decine di curriculum al giorno, rispondendo ad annunci e andando a meeting per incontrare altre persone del settore. Non ricevetti nessuna risposta, forse dovevo ricominciare da capo, lasciarmi tutto il passato anche lavorativo alle spalle, per quanto frustrante e doloroso dovevo ripartire da zero. Un giorno, nel Febbraio 2016, arrivò una telefonata: «Ciao sono Larissa di HBO, I’m a fan of you!». Non ci potevo credere! Mi stavano offrendo ben 4 giorni di lavoro come Assistant Editor per un documentario a HBO. Avevo il mio primo lavoro negli Stati Uniti! Mi richiamarono poi per un periodo più lungo e poi mi raccomandarono per un altro documentario, questa volta per National Geographics, che si chiamava Free Solo, sempre come assistant editor.

Prima di trasferirmi a New York immaginavo come sarebbe stato viverci. Mi immaginavo uno stile di vita come si vede nei telefilm, luccicante e pieno di lustrini. In realtà New York è una città durissima, che va a mille all’ora e per stare a galla devi andare a duemila all’ora. Devi imparare a comunicare efficacemente con persone che non sempre capiscono che non è cosi semplice per te esprimerti come saresti capace nella tua lingua. E devi saperti adattare ad una mentalità completamente diversa da quella italiana, sicuramente più pragmatica e settoriale. E' vero se ti impegni e lavori tanto negli Stati Uniti hai sicuramente più possibilità di arrivare in alto ma questo significa anche fare tante rinuncie e lavorare giorni, notti e weekend, spesso più di un lavoro allo stesso tempo. E così è stato per i due anni e mezzo in cui ho lavorato per Free Solo, di sicuro il progetto più appagante e intenso che abbia mai fatto. Free Solo è un documentario sullo scalatore Alex Honnold, il primo atleta che è riuscito a scalare a mani nude El Capitan nel parco di Yosemite in California.

Per riuscire in quest’impresa ha lavorato durissimo per anni, quel giorno non poteva sbagliare assolutamente nulla. E come Alex, tutto il team, me compresa, si è impegnato allo stesso livello, ognuno nel suo settore, aspirando all’eccellenza. Il film non è stato accettato al Sundance e nemmeno a Cannes nel 2018. Abbiamo continuato a lavorarci. La premier èmstata al Telluride Film Festival a fine Agosto 2018 e da lì Il film ha vinto un premio via l’altro fino ad arrivare agli Oscar 2019. Quando hanno aperto la busta per il vincitore del miglior documentario e hanno detto il nome ‘Free Solo’ ho capito e nonostante tutto bisogna sempre seguire i propri sogni perché da qualche parte ti portano sempre. Ci vuole impegno, determinazione e far tante rinuncie ma ne vale sempre la pena.