Cinquanta righe di laurea e di grazie


Oggi do io la notizia: mi laureo. E lo faccio in Paleografia, scienza in cui 25 anni valgono uno. Quando si data un codice – ho imparato – non si può approssimare oltre il quarto di secolo. Così sento meno il tempo che è passato da quando ero una giovane matricola e non l’attempata fuoricorso di oggi. In realtà l’università aveva già provveduto a trovarmi un lavoro alla fine del millennio scorso. Devo, quindi, molto a questa alma mater e negli anni, non ho mai smesso di pensare che un giorno avrei ripreso gli studi.


La tentazione di lasciare mi ha sfiorato solo quando ho appreso quanti siano i big senza laurea. Da Bill Gates a Steve Jobs a Mark Zuckerberg, che però non sono esattamente nel mio ramo, ho scoperto che anche Enzo Biagi, Enrico Mentana e perfino un re della divulgazione come Piero Angela non sono mai diventati dottori. Dopo 18 anni di precariato, purtroppo, ho anche capito che non mi sarà dato il tempo di eguagliare la loro carriera. Ho pensato, allora, che mi restasse solo l’università della terza età, magari come Francesco Rutelli, neo “dott.” paesaggista a 67 anni; oppure Hollywood con la dottoressa Sharon Stone e la laureanda Isabella Rossellini. Altro campionato, direte. In effetti ho deciso di riprendere forse più per i tanti laureati, pure un po’ ignoranti, che mi lavorano accanto: volevo somigliar loro anche nel diploma.


“Non è mai troppo tardi”: la campana è suonata e si è materializzata sotto forma di ultimatum postale dall’università. Dopo la prima missiva mi presentai ad un esame – mancavano 60 giorni alle nozze -  scortata da uno dei miei dieci nipoti che era nato proprio quando avevo cominciato l’università. Il professore, pensando lo studente fosse lui, si ostinava a volerlo interrogare. Quando lessi il terrore negli occhi del fanciullo, capii che dovevo far da me e non coinvolgere dei minorenni in questo folle volo. Così alla seconda lettera di richiamo ho ripreso da sola. Esami, lezioni: ho frequentato con i compagni di altre due mie nipoti (sic!). Dal “lei al tu”, il passo è stato breve per loro.


Per me, più spesso, questi ultimi due anni di personalissima alternanza scuola-lavoro sono stati intensi, talvolta terrificanti. Un terzo del dì a studiare, un terzo a scrivere per i giornali, un terzo a domandarmi chi me l’avesse fatto fare. Devo ringraziare la professoressa Mirella Ferrari che ha dosato pietas, bastone, carota ed esempio con grande umanità; la professoressa Simona Gavinelli per il tifo, la mia maestra Clelia Colombo Pacioni perché non ci può essere paleografia senza ortografia. Grazie a mamma e papà “Jack” per aver aspettato (quasi) in silenzio e a Luca per aver reso l’attesa più interessante.


Ringrazio anche padre Beda per quelle sue parole sull’ignoranza che da tempo mi confortano: “Meglio un fratello stupido ed illetterato che, lavorando con quello che sa, si merita il Paradiso, rispetto ad uno preparatissimo, pure dottore, a cui manchi, come il pane, la capacità di amare”.


Riprendere a studiare è stato, in realtà, soprattutto bellissimo. Nel tempo (più o meno) libero avrei potuto imparare un'altra lingua, fare un corso di cucina, forse di yoga. Invece ho ripreso da dove avevo lasciato. Ho riaperto cassetti stipati di appunti e spunti, raccolti oltre 20 anni fa. Loro non erano invecchiati, mi avevano atteso e mi sono stati utili. Ho capito che è regola aurea fare ogni cosa a suo tempo: se però non se ne ha il modo, si può anche rimandare. E non pensare all'età: si ha sempre quella che ci si sente. E così, un'età paleografica dopo, eccomi qui, pronta, se non ad invecchiare, almeno a diventare grande!



LuGa