Elena Miroglio

Laureata in Economia in Cattolica, è vicepresidente dell’azienda tessile di famiglia


Erano gli ultimi decenni dell'800 quando Carlo Miroglio e la moglie Angela iniziarono a vendere tessuti su un carretto nei paesini delle Langhe. Il loro figlio Giuseppe fondò nel 1947 ad Alba l'azienda che ancora oggi porta il suo cognome: 49 società in 34 Paesi, 5500 dipendenti e 622 milioni di euro di fatturato (dato 2016) da brand come Motivi o Elena Mirò.
Quattro generazioni dopo, il vicepresidente dell'azienda e presidente della divisione Fashion è Elena Miroglio, classe 1970, laureata in Economia e Commercio all'Università Cattolica.

Dottoressa Miroglio che ricordo ha dei suoi anni di studio trascorsi in Cattolica?
Anche se sono passati tanti anni, ricordo che l’Ateneo di Largo Gemelli era un luogo protetto, un ambiente storico in cui si respirava cultura. Tutto questo su di me esercitava un certo fascino, quello del passato e quello dello studio, che ho poi respirato anche tutte le volte che mi è capitato di tornarci. L’Università Cattolica inoltre ha un'immagine seria, rassicurante, ed è stata per me un'ambiente di formazione professionale e, prima di tutto, di crescita umana. Oltretutto si può dire, che la Cattolica sia, come dire, una passione di famiglia: insieme a me, si era infatti iscritta la mia sorella gemella Elisa e poi fu la volta di mio fratello Giuseppe, che oggi è il presidente del Gruppo Miroglio.

C'è qualche professore di cui ha un ricordo particolare?
Ricordo con piacere il professor Enzo Pontarollo, che insegnava Economia industriale. E’ stato il relatore della mia tesi di laurea ed è stato lui che mi spinse a fare un lavoro particolare, che parlasse della figura dell'imprenditore all'estero con interviste sul campo. Mi colpì molto perché chiese un elaborato che non fosse assolutamente collegato con l'azienda della mia famiglia e che avesse parti sia teoriche che pratiche. Ogni tanto ci sentiamo ancora, vado volentieri alle sue lezioni a parlare ai ragazzi.

Dopo la laurea ha studiato per un anno negli Stati Uniti, ottenendo un Business and Management Certificate all'Università di Santa Barbara, in California. Quanto ha inciso questa esperienza nella sua carriera?
I mesi negli Stati Uniti sono stati l'esperienza più bella della mia vita: conoscere culture diverse è un'esperienza che arricchisce tantissimo, ancora oggi incoraggio gli International Program a tutti i livelli. Mio padre era anziano e ci teneva che i suoi figli entrassero nell'azienda di famiglia, così mia sorella ed io abbiamo deciso di passare un anno in California per perfezionare il nostro inglese e fare uno stage in un'azienda americana, iniziando a fare esperienza con le nostre gambe. Furono mesi belli, intensi e decisivi.

Ha notato differenze tra la cultura imprenditoriale americana e quella italiana?
Negli Stati Uniti si era molto legati ai processi produttivi e meno a quelli creativi, la moda non era tanto il frutto dell'istinto quanto il risultato dell'applicazione di tecniche precise. In California ho trovato obiettività in ogni funzione aziendale, meno istinto e più analisi, mentre qui era tutto più empirico. Toccare con mano la realtà di un'azienda americana è stato importantissimo perché mi ha fatto entrare in contatto con la cultura anglosassone: già allora gli americani erano un esempio, lavoravano meno di noi e riuscivano comunque a essere più efficaci.

Da dove nasce la sua passione per la moda?
È qualcosa a cui sono abituata fin da piccola; essendo, la nostra, un’azienda di  di famiglia, non mi sono mai fatta troppe domande. Essere l'erede di tre generazioni di imprenditori genera indubbiamente senso di appartenenza, ma anche la responsabilità di essere parte del futuro di questo marchio.

Quali conseguenze ha avuto la crisi economica nel campo della moda?
Gli ultimi anni ci hanno costretto a un cambiamento di modelli di portata epocale, soprattutto nel settore dell'abbligliamento. Il risultato più evidente è stata la divisione netta tra il prodotto di lusso e quello low cost, mettendo in difficoltà l'ampia fascia media dei consumatori. Inoltre il digitale ha tagliato fuori ogni tipo di intermediari: Amazon e l'e-commerce rendono il prodotto molto più disponibile e accessibile a tutti, ma condizionano le nostre abitudini e creano aspettative molto alte nei confronti di aziende e marchi.
Noi vogliamo dare a chi compra un valore aggiunto, diverso rispetto al prezzo. Il punto però è che i costi di produzione aumentano, mentre i prezzi non possono fare altrettanto. L’abbigliamento sta diventando quasi una commodity ed è fondamentale ricercare distintività e specializzazione.

Lei ha fatto esperienza negli Stati Uniti, ma il marchio Elena Mirò è assente dal mercato americano. Come mai?
La competizione locale sul terreno dell'abbigliamento è troppa. Con i dazi alle importazioni e la concorrenza sia della Cina che delle aziende locali al momento non è conveniente per noi. E anche le taglie dovrebbero essere riviste.
Per il momento le nostre priorità sono in altri paesi. In futuro, vedendo anche come evolve il mercato, riconsidereremo gli Stati Uniti.

Nelle Langhe sono nate anche altre aziende d'eccellenza come la Ferrero. E' un caso?
Non si sa, ma certamente la nostra zona è un caso di studio interessante. Non siamo un distretto, perché generalmente i distretti spesso si sviluppano intorno a una singola azienda, sull'onda del suo successo e nel suo stesso settore. Qui invece i modelli di business vincente a cui guardare sono tanti: ci siamo noi nel settore dell'abbigliamento, c’è la Ferrero nell’alimentare, ma ci sono tante altre realtà anche nei servizi, nella meccanica,  imprese agricole e vinicole d'eccellenza. Quello che ci accomuna è la condivisione di valori forti come affidabilità, concretezza e attenzione ad un risultato sostenibile,  che nascono tutte da questa terra, di cui vado particolarmente orgogliosa.

Lei è stata creata Cavaliere della Repubblica nel 2007 dal Presidente Napolitano
Ricordo che quando me lo dissero pensai a uno scherzo, ero molto sorpresa. È stato un riconoscimento importante, uno stimolo per andare avanti sulla nostra strada. Quello che più mi riempie di orgoglio però è la motivazione: aver promosso uno standard di bellezza alternativo, che superasse lo stereotipo della semplice magrezza.
Vogliamo incoraggiare le donne a valorizzare la propria diversità, a curare attentamente il proprio aspetto ma senza fissarsi su un canone specifico di bellezza stereotipato. Non esistono un'altezza e una taglia specifiche. Oltretutto questa onorificenza ha un sapore particolare perché mi è stata consegnata proprio l'8 marzo, giorno della Festa della Donna.

Quale consiglio darebbe a chi vuole iscriversi oggi in Cattolica?
Può sembrare banale, ma il mio consiglio è quello di individuare la propria passione e seguirla fino in fondo. Non andare solo dietro alle tendenze del momento ma partire dal proprio talento. Iscriversi alle Facoltà di tendenza senza pensarci troppo era in voga già quando andavo io all'università, corsi di marketing e comunicazione avevano un boom di iscritti rispetto agli anni precedenti. Inoltre suggerisco di fare esperienze internazionali il prima possibile, anche soltanto per tre mesi con iniziative stagionali, non perché il destino sia necessariamente lavorare all'estero, ma per immergersi nella diversità, conoscere tante opinioni e tanti mercati. Allargare i propri orizzonti.
Infine imparare un mestiere. Desiderare la carriera con crescita di ruoli ed economica è positivo e per realizzarla al meglio consiglio di non interessarsi soltanto agli aspetti manageriali di una professione ma di toccare con mano come si fa concretamente.

Presenza, luglio - ottobre 2018 di Stefano Francescato