Nadia Righi

Laureata in Storia medievale e moderna, è Direttrice del Museo Diocesano di Milano


A un anno e mezzo dalla sua nomina a direttrice del Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano, dopo un anno ricco di impegno, soddisfazione e successo raccolti per l’esposizione dell’opera L’adorazione dei pastori del Perugino, per la rassegna Capolavori Sibillini, per la mostra Gaetano Previati 1852-1920. La passione, per la mostra fotografica Magnum e l’Italia e ora con L’adorazione dei Magi di Veronese incontriamo Nadia Righi, milanese, classe 1969, laureata in Storia medievale e moderna all’Università Cattolica di Milano.


Dottoressa Righi come e quando è nata la sua passione per l’arte?


A dire la verità mi sono iscritta alla facoltà di Lettere moderne in Cattolica perché avevo l’intenzione di studiare per diventare insegnante di Italiano sin dai tempi delle scuole medie. Poi il corso di Arte medievale del secondo anno è stata una vera e propria folgorazione.  Il professor Daniele Benati, che quell’anno sostituiva il professor Miklos Boskovits in anno sabbatico, ha cominciato la prima lezione proiettando, in aula cardinal Ferrari, la grande Crocefissione di Annibale Carracci. La pittura di fine 500 non era certo tra le mie passioni eppure rimasi colpita e affascinata dal modo di far lezione e dal metodo seguito dal professore. Così decisi di biennalizzare, e poi triennalizzare l’esame e, dall’anno successivo, cominciai a lavorare alla tesi con il professor Boskovits, un maestro davvero straordinario.


A cosa è dovuta la scelta di studiare in Università Cattolica?


Ne avevo parlato con molti amici e conoscenti, che già frequentavano l’Ateneo o che si erano appena laureati. Ho dei ricordi splendidi degli anni di studio in Cattolica: ho trascorso intere giornate a studiare con i miei compagni di corso in biblioteca, nelle aule e nei chiostri dell’Università. Ricordo con piacere, in particolare, le nuove amicizie nate tra i libri, il rapporto con amici più grandi di me che erano sempre disponibili a dare una mano, e che ci aiutavano a preparare gli esami, le lezioni interessanti con professori e con assistenti o ricercatori che ci stimolavano sempre ad approfondire le materie. Tutto questo ha fatto sì che io abbia scelto di restare in Università Cattolica anche per la Scuola di specializzazione in Storia dell’arte. La Cattolica mi ha inoltre permesso, attraverso le relazioni di lavoro e i rapporti di reciproca stima che si erano creati con alcuni docenti, di entrare in contatto con il mondo del lavoro. Pian piano infatti, dopo la laurea e mentre frequentavo la Scuola di Specializzazione, ho iniziato a collaborare per alcune case editrici, a fare esperienze di catalogazione di beni artistici, a schedare opere nei musei… Le mie prime piccole, ma significative, esperienze lavorative.


Poi nel 1999 è stata contatta dal Museo Diocesano…


Quell’anno, mentre ero impegnata in un lavoro di catalogazione presso la Diocesi di Bergamo, fui contatta da Paolo Biscottini, docente di Museologia in Cattolica e direttore del Museo Diocesano, che aveva bisogno di una collaboratrice storica dell’arte che lo affiancasse nel lavoro di ricerca e selezione delle opere destinate ai percorsi del Museo, che a quell’epoca aveva iniziato la sua attività espositiva ma non aveva ancora la collezione permanente. Mi chiamò per un colloquio e fu così che - al mio rientro da un’interessante esperienza di stage svolta al museo del Louvre a Parigi - ho iniziato a lavorare con lui.  Il professor Biscottini è stato un grande maestro per me, mi ha insegnato davvero tantissimo. Quando il museo è stato inaugurato, nel 2001, è stato sempre lui a nominarmi conservatore.


C’è una mostra, un’esposizione a cui si sente maggiormente legata?


È una domanda difficile. Forse la prima esposizione in cui il professor Biscottini mi coinvolse, perché è stata quella che ha anticipato di un anno l’inaugurazione della collezione permanente del Museo Diocesano: si intitolava Splendori al Museo Diocesano. Una mostra che è stata frutto di una intensa ricerca sul campo del territorio della Diocesi, che spesso è stato il protagonista principale delle nostre proposte. Tra le mostre più recenti, sicuramente Marc Chagall e la bibbia, un approfondimento sul tema biblico nella produzione di questo straordinario artista. E poi, la serie di Un capolavoro per Milano, che ogni anno permette di portare al Museo un’opera straordinaria o poco nota al pubblico.


Inaugurato nel 2001 dal cardinale Carlo Maria Martini, il Museo Diocesano è il punto di arrivo di un importante progetto finalizzato alla valorizzazione dell’ingente patrimonio artistico della Diocesi ambrosiana, considerato tanto nella sua specifica valenza storico artistica, quanto come testimonianza di un’interrotta storia di fede e di bellezza cristiana. 


Proprio così, attualmente la Collezione permanente del Museo Diocesano Carlo Maria Martini è costituita da ormai quasi mille opere, comprese tra il II ed il XXI secolo. Opere giunte come lasciti, depositi o donazioni, che costituiscono una testimonianza della ricca produzione artistica ambrosiana e che offrono un interessante panorama del gusto collezionistico non solo arcivescovile, ma anche privato.  Il Museo, sin dalla sua fondazione, ha avuto come scopo quello di raccontare la storia della fede e della cultura ambrosiana attraverso l’arte e di aiutare ciascuno di noi, attraverso la nostra tradizione e la nostra storia, a capire chi siamo oggi.


In qualità di direttrice del Museo Diocesano come riesce oggi a concretizzare questo progetto quando pensa, pianifica e organizza una mostra?  


Siamo cercando di pensare ad un’offerta sempre più ampia, che sia in grado di portare spunti di riflessione ad un pubblico allargato, utilizzando anche linguaggi diversi.

Le iniziative di quest’ultimo anno avevano proprio questo scopo. Per esempio, nel Capolavoro per Milano, la riflessione su una sola opera per volta serve proprio a questo: a concedersi del tempo per contemplare il bello, che è segno della vera Bellezza. Di fronte ad un capolavoro non si può non interrogarsi non solo sullo stile, la storia o l’iconografia di un’opera, ma anche sul significato più profondo che essa incarna. La mostra sulla Passione di Previati, realizzata in collaborazione con i Musei Vaticani, prendeva spunto da un’opera del Museo, e ci ha permesso di riflettere su un artista straordinario, sulla sua spiritualità, ma anche sul tema della Via Crucis. Che cosa significa oggi guardare Cristo sofferente?

La mostra fotografica Magnum e l’Italia ci ha aiutato a coinvolgere un pubblico diverso, di giovani, che abitualmente non frequentano il nostro museo. E’ stato uno spunto per riflettere sull’oggi, partendo da un racconto della storia del nostro paese, grazie a fotografie straordinarie.


Quale consiglio potrebbe dare ad un giovane che vuole intraprendere la sua strada?


Innanzitutto direi di andare a fondo con ciò che si desidera, di fare i conti con le proprie passioni: studiare storia dell’arte è una bellissima esperienza. Come in ogni aspetto della vita, occorre essere molto determinati, e non temere le sconfitte, ma anche essere anche molto realisti e pronti ad accogliere occasioni – magari non immediatamente in linea con i propri interessi e desideri – ma che possono in seguito rivelarsi importanti o far sorgere altre utili opportunità professionali. Insomma non precludersi nulla. Mi rendo conto che oggi, rispetto a vent’anni fa, ci sono sempre più giovani che vogliono occuparsi di arte e lavorare in questo settore e che quindi le difficoltà stanno aumentando esponenzialmente. Ma vale la pena rischiare e crederci.


L’ultima domanda è una provocazione, come si immagina l’idea, la possibilità di andare a vedere una mostra gratis?


Se ne parla da tanto tempo, e, come è noto, la recente abolizione delle domeniche gratis nei musei ha suscitato molte polemiche e un acceso dibattito tra gli addetti ai lavori. Io credo sia molto più coinvolgente proporre altre iniziative gratuite ai visitatori, come ad esempio, visite guidate in alcune occasioni speciali; oppure offrire delle forti riduzioni al biglietto di ingresso o addirittura la gratuità, quando si riesce ad avere un sostegno economico da parte di uno sponsor, in alcuni giorni speciali o in concomitanza con alcuni eventi. Quando possibile noi cerchiamo di farlo.